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ConSenso. Per un nuovo centro sinistra

22/11/2016 Roma,Trasmissione televisiva Otto e Mezzo. Nella foto Massimo D’Alema

Roma, 29 gennaio 2017 – ConSenso. La scritta a caratteri cubitali su sfondo verde, con la S di sinistra evidenziata dalla maiuscola, saluta dal palco del Centro Frentani di Roma i fondatori del nuovo movimento “senza tessere” nato dai comitati per il No di Guido Calvi e Massimo D’Alema. In forma come non mai il “rottamato” per eccellenza ironizza: i giornali farebbero meglio a piantarla di chiamarci “dissidenti”, quando l’82 per cento dei giovani ha votato NO al governo e alla più importante delle cosiddette riforme, quella su cui il segretario del Pd aveva giurato di giocarsi la carriera politica.

Per quanto tempo ancora Matteo Renzi, reduce dalla più clamorosa serie di bocciature che abbia mai dovuto subire un presidente del consiglio in Italia, pensa di poter campare di rendita sul milione e 700mila voti ottenuto alle primarie del dicembre 2013? La scadenza del suo mandato di segretario è prevista quest’anno, mentre quella naturale della legislatura è fissata per l’anno prossimo. “Da qui a un anno prima o poi si vota, tre mesi prima o tre mesi dopo – semplifica nelle stesse ore il segretario del Pd dal palco di Rimini – Il punto è come ci arriviamo”. Giusto. Il punto è se arrivarci con una buona legge elettorale o con le norme “Frankestein”, così oggi le definisce Piero Ignazi sulla Repubblica, che sopravvivono alla sentenza della Corte Costituzionale.  Se andare al voto prima o dopo  avere elaborato e discusso in un Congresso un progetto per la nuova legislatura in uno scenario politico italiano, europeo e mondiale profondamente mutato dal 2013 ad oggi.

“Se prevarrà l’idea di precipitare verso le elezioni senza un programma di governo – ha scandito D’Alema nella sua relazione conclusiva – questo renderebbe ciascuno libero e anzi alcuni di noi che ritengono di avere delle responsabilità verso la sinistra dovrebbero agire”.  Dunque, prima il congresso e poi le elezioni, come avevano anche dichiarato il presidente della regione toscana Enrico Rossi e altri intervenuti, e intanto Gentiloni governi dando se possibile il segnale di qualche discontinuità con la politica che lo ha preceduto. Ma il segretario del Partito democratico sembra deciso ad ignorare le argomentazioni della sinistra facendo orecchi di mercante. Anche dopo il rifiuto di Pisapia e di Alfano di entrare nel listone comune, crede di poter riuscire comunque a conquistare quel premio di maggioranza che la legge elettorale riconosce alla lista che ha il 40 per cento.

Crede o finge di credere. Forse gli basta pensare che sia sufficiente ottenere dal voto la maggioranza relativa per mettere insieme i voti parlamentari necessari ad avere l’incarico da Mattarella e la fiducia del nuovo parlamento. in fondo, è lo stesso calcolo che fanno i Cinque Stelle. Comunque – deve aver ragionato Matteo – meglio anticipare le elezioni politiche finché la sua carica di segretario  gli consente, con i capilista da lui nominati,  il controllo di buona parte dei futuri parlamentari, oltre che una buona base di consensi per il congresso successivo. Ovvio che la sinistra, o quel poco che rimane di essa nel Pd, non intenda seguire Renzi su questa strada. “Prima togliere i capilista e fare piccoli collegi”, è la controproposta di Pierluigi Bersani.

E’ chiaro che a decidere il futuro del centrosinistra non possono essere considerazioni tattiche di questo tipo. Servono una rifondazione e una riorganizzazione delle forze politiche che ad esso fanno riferimento. E in vista delle elezioni che si terranno  comunque nel giro di un anno, molti si chiedono come intendano presentarsi non solo D’Alema e Pisapia con il rispettivo seguito ma le varie componenti della cosiddetta sinistra radicale, da Sinistra italiana alla rete dei Comitati per la Costituzione (già comitati per il NO), a Pippo Civati, che ha già convocato una “convention” in vista di nuove convergenze. Lo sapremo dunque tra non molto dai loro Congressi, dove si parlerà – ci auguriamo – non solo dei rapporti da tenere con Renzi e il PD, ma anche del programma politico per la prossima legislatura.

Alessandro Gilioli, un collega dell’Espresso che stimo, propone nel suo blog “Piovono rane” un’agenda semplice, “senza pretese di esaustività, che metta insieme alcuni basici diritti sociali e alcuni basici diritti civili. Reddito minimo, continuità di reddito per i precari, redistribuzione dei proventi della finanza e della robotizzazione. Patrimoniale e maggiore progressività del sistema fiscale. Tagli alle spese militari. Piccole opere sul territorio invece di grandi opere. Scuola pubblica, non privata. Istruzione pubblica, non privata. Ambiente pubblico, non privato. Reato di tortura. Biotestamento. Matrimonio egualitario. Creazione di nuovi strumenti di democrazia radicale e di partecipazione diffusa. Legalizzazione della cannabis”. Non dovrebbe essere difficile mettersi d’accordo su queste semplici cose e magari cercare su di esse interlocutori validi anche in altre forze politiche presenti in Parlamento.

C’è tuttavia un altro punto fondamentale sul quale sarà indispensabile avere una posizione comune, ed è l’atteggiamento da tenere nei confronti dell’Europa e delle sue istituzioni. Non è mai stato chiaro come in queste settimane che l’Italia si trova davanti a un bivio. Proseguire, al di là delle polemiche verbali e dei pugni sul tavolo con la Merkel, nella sostanziale adesione alle regole del capitalismo neo-liberale che ha guidato fino ad oggi la politica economica e finanziaria delle istituzioni comunitarie, oppure cercare idee ed alleanze per una revisione dei trattati e l’adozione di misure sociali e fiscali di tipo neo keynesiano, come molti illustri economisti, da Stiglitz a Picketty a Tony Atkinson, citato ieri da Massimo D’Alema, propongono da anni. Più Europa ma più aderente al sogno di Spinelli e di Ventotene. Un’impresa ambiziosa e difficile, ma dopo la Brexit e la rivoluzione portata da Trump nella politica estera degli Stati Uniti, anche un’alternativa obbligata.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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