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Leggi elettorali folli, la politica a processo

Che la politica non abbia fatto il suo mestiere, che è anzitutto quello di rispettare la Costituzione sulla quale ha giurato, mi pare evidente. La magistratura di garanzia può sbagliare solo se non rispetta la costituzione nel dichiarare la illegittimità di quelle parti della legge che sono state sottoposte al suo esame. Se ciò facendo ne viene fuori un pasticcio immangiabile non dipende da lei. Quanto alle prospettive, se è vero che il risultato elettorale potrebbe essere diverso da quello atteso nei sondaggi, sarebbe da irresponsabili affrettare il voto senza avere provveduto ad una soluzione che nel rispetto dell’impianto costituzionale dia luogo al necessario equilibrio tra rappresentanza e governabilità. Il Presidente Mattarella e la Corte nelle motivazioni della sentenza hanno ora il compito di impedire all’opportunismo delle forze politiche di prevalere sul l’interesse superiore della democrazia e del Paese.(nandocan)

***di Ennio Remondino, 27 gennaio 2017 – Le leggi elettorali frutto del lavoro della magistratura e non della politica, come dovrebbe essere, e molto peggio ancora. Ad esempio, se andassimo a votare oggi, con l’attuale ‘Italicum’ ridisegnato dalla Corte Costituzionale, nessuna alleanza avrebbe i numeri per formare una maggioranza di governo. Né centrosinistra, né centrodestra, con il fronte «antisistema» più numeroso per un pelo, ma sua volta nell’impossibilità di governare.

Prova a fare i conti il Corriere della Sera, con gli ultimi sondaggi sulle intenzioni di voto, ed ogni possibile alleanza resta sotto la soglia dei 315 deputati necessari per fare maggioranza. Sì, perché nessuno andrebbe ad incassare il ‘premio di maggioranza’, tutti lontani dal 40” di consensi richiesti.
Il ritorno all’antico e alle alleanze, come logica della politica. Ma anche qui, guardando la simulazione Ipsos per il Corriere, non è semplice.

Le alleanze possibili quasi impossibili
Un’alleanza «neo ulivista», con il Pd che guarda a sinistra, si fermerebbe a 223 deputati.
Per il centrodestra più largo possibile è ancora peggio: 211.
E le larghe intese, di cui si sente parlare come possibile scenario post-elettorale? Mettendoci dentro tutti, salvo i nemici dichiarati, arrivano a quota 305 deputati.
Quanti quelli di un ipotetico fronte «anti-sistema» immaginando assieme Lega, Fratelli d’Italia con i 5 Stelle, che resta una ipotesi da sempre respinta da Grillo oltre che difficile solo da immaginare.
Questi numeri riguardano solo la Camera. A metterci dentro anche il Senato, con un sistema ancora diverso, saremmo alla lotteria.

Il manicomio tra Senato e Camera
Il Presidente del Senato Luigi Grasso, uomo di legge, prova a spiegare alcune ‘complessità’ assurde. «Due leggi elettorali: per il Senato il Porcellum modificato e ribattezzato Consultellum e alla Camera l’Italicum con le parziali bocciature di incostituzionalità. Questo comporta che fin da ora possiamo vedere che ci sono parecchie differenze, di cui bisogna prendere atto; e queste differenze sono sotto gli occhi di tutti».
Quali? Oltre la lotteria. «Premio per la lista alla Camera, mentre al Senato ci sono le coalizioni. Le soglie di sbarramento sono diverse: il 3% alla Camera e l’8% al Senato che però può ridursi al 3% nei partiti coalizzati ma se la coalizione supera il 20%. Le preferenze di genere alla Camera e la preferenza unica al Senato. Infine i capilista nominati alla Camera e la preferenza al Senato. Le pluricandidature con sorteggio alla Camera e non al Senato».

La Corte costituzionale decide solo un po’
Secondo i giuristi che hanno presentato il ricorso alla Corte, erano tre le incostituzionalità evidenti dell’Italicum. La Corte ne ha rilevate e rimosse solo una e mezza. E il pasticcio cresce. Via il ballottaggio, ma rimane l’esorbitate premio di maggioranza alla lista che ottenesse il 40% dei voti. Il 14% il più sui 630 seggi parlamentari. Alla faccia del premio. Poi la questione dei capilista e dei secondi di lista, nominati dai capipartito con l’entrata in Parlamento quasi garantita. Adesso non vale più la cooptazione decisa dal capo partito, ma dalla botta di fortuna. Sorteggio. E si torna alla quasi lotteria. In discussione, il costo della governabilità imposto alla democrazia. E quanto costa la personalizzazione del potere per la nomina a deputato dei capilista anche se lasciati alla sorte?

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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