Waltman e il sogno di una notte di mezzo ottobre (1’35”)

Roma,  18 gennaio 2017 – Con questo titolo usciva 10 anni fa sul mio blog  il video animato che segue. In un minuto e 35 secondi commentava tra il serio e il faceto la vittoria annunciata di Walter Veltroni (Waltman) alle “primarie” di fondazione del Partito Democratico. Ho pensato di ripubblicarlo perché secondo me è allora, che ha avuto inizio l’auto-demolizione della sinistra che culminerà poi nel renzismo. Quella notte di mezzo ottobre (14 ottobre 2007) tre milioni e mezzo di militanti acclamarono il primo segretario del nuovo partito, anzi del “partito nuovo” si diceva allora, attribuendogli il 75 per cento dei consensi, mentre due esponenti della vecchia sinistra democristiana, Rosi Bindi ed Enrico Letta, si dividevano il restante 25 per cento. L’Unità usciva col titolo “Rivoluzione d’ottobre”.

Tutto cominciò con quel proposito (il famoso “andremo da soli”) di rompere con la sinistra radicale, preceduto – è giusto ricordarlo – dalle contraddizioni dell’Unione, che contribuiranno purtroppo alla caduta del governo Prodi. Cominciò nel nome di una “vocazione maggioritaria” che, con la ricerca affannosa del voto moderato, avrebbe gradualmente portato il Pd alla definitiva perdita di identità e all’abbandono delle periferie e di gran parte del mondo del lavoro.

Appena un anno dopo quei sogni di gloria, la sconfitta alle elezioni politiche del 2008 e poi nelle regionali in Sardegna. Walter Veltroni si dimetteva dalla segreteria affidando il partito al suo vice Dario Franceschini perché lo guidasse fino al Congresso. “Perché il PD ha deluso le aspettative che aveva suscitato – commentò allora Pierluigi Bersani – perdendo voti, invece di allargare i consensi in tutte le direzioni? E’ successo perché la vocazione maggioritaria si è ridotta alla scorciatoia del nuovismo politico, mentre avrebbe richiesto un paziente lavoro di radicamento rivolgendosi con concretezza ai ceti popolari, alle categorie produttive e ai veri innovatori”.

Quattro anni dopo, nel 2012, usciva per gli Editori Riuniti un libro dal titolo significativo, che richiamava alla necessità del “cambiamento radicale”. E il titolo del volumetto era “Con le nostre parole. Sinistra, democrazia, eguaglianza”. Bisognava, secondo l’autore, “rompere i paradigmi, ricostruire un linguaggio”. E a pagina 173 accusava: “Partiti leggerissimi ed estrema personalizzazione della politica, elezione diretta delle cariche monocratiche e riforme istituzionali sempre tese a esaltare il potere dell’esecutivo e a umiliare le assemblee elettive – architravi della rappresentanza democratica – fanno tutt’uno. Questa è la grande muraglia che ha reso inespugnabile il pensiero unico liberista, antistatuale e antidemocratico, ancor più in un paese come il nostro, in cui il sistema dell’informazione è nel controllo pressoché esclusivo dei principali gruppi finanziari”. Autore di quel libro e di questa coraggiosa denuncia…Matteo Orfini, attuale Presidente del PD.

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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