Matteo Renzi “all’americana”

Roma, 15 gennaio 2017 – Ballottaggio o mattarellum. A differenza di Silvio Berlusconi, Matteo Renzi non ha cambiato idea sulla legge elettorale. E ad Ezio Mauro, che lo intervista lungamente per repubblica, spiega:”Col maggioritario il Pd è il fulcro di un sistema simile alla democrazia americana. Con il proporzionale torniamo a un sistema più simile alla democrazia cristiana”. Il che, detto da uno che pretende ancora di accreditarsi come leader della sinistra, denota una certa confusione di idee. Quale partito se non il suo avrebbe il ruolo della DC? E perché sarebbe necessariamente il Pd il “fulcro” di un sistema “all’americana”‘?

La sfiducia crescente dei cittadini nelle istituzioni consiglierebbe di non puntare su un modello elettorale piuttosto che su un altro in base alle convenienze occasionali di questo o di quel partito, ma cercando onestamente il miglior compromesso possibile tra l’esigenza, data come prioritaria dalla nostra Costituzione, di rappresentare fedelmente gli orientamenti politici dell’elettorato e quella di garantire una certa stabilità di governo. Par di capire invece che a Renzi e al Pd interessi soltanto capire quale compromesso si potrà raggiungere con Berlusconi ai danni di Grillo..

In ogni caso un sistema simile alla democrazia americana dovrebbe suggerire a Renzi un’apertura non solo tattica ma strategica nei confronti delle forze politiche e sociali alla sua sinistra, a cominciare dai sindacati dei lavoratori, ma questo è esattamente il contrario di quanto ha fatto finora e, con tutta evidenza, intende continuare a fare. Altrimenti non insisterebbe a polemizzare con il sindacato “che contesta ideologicamente i voucher e li utilizza”. Né manterrebbe un atteggiamento provocatorio con la sinistra del suo partito  dichiarando che “abbiamo perso a destra, non tra i compagni”, rivendicando al sì il 91 per cento degli elettori del Pd e assicurando che “la scissione la farebbero i parlamentari, non gli iscritti”.

Ciò detto, possiamo ammettere che nel Pd come, per altro verso, fra i 5 stelle si va configurando una certa trasversalità di orientamenti, di destra e di sinistra, che ne accresce la capacità di attrazione anche se contribuisce ad aumentare la confusione delle lingue nella politica italiana. Il politologo Paolo Natale accenna in proposito alla clamorosa delusione tra gli elettori grillini di sinistra per le scelte in materia di immigrazione, che viene tuttavia recuperata tra gli elettori di destra del movimento. L’esatto contrario di quanto è avvenuto fino ad oggi  alla sinistra radicale, dove la capacità di dividersi sulle virgole sembra non avere limiti. Il buon senso vorrebbe che almeno sui numerosi obbiettivi di programma che sembrano avere in comune, “Sinistra italiana”, “Possibile”, Rifondazione, SEL e l’arcipelago di associazioni che alla sinistra fanno riferimento, si decidessero a  promuovere e realizzare una convergenza e un coordinamento di iniziative.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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