Saviano e De Magistris, incontratevi

**da Massimo Marnetto, 7 gennaio 2017 – Fa male la lite Saviano -De Magistris per chi si batte per la legalità.

E pensa che questa sia una potente cura per guarire Napoli dal suo degrado. Fa male perché entrambi i protagonisti di questa dura polemica hanno aiutato Napoli ad invertire la tendenza all’autodistruzione. Lo scrittore lavorando sulla consapevolezza, rendendo pubblica la tossicità ben camuffata dalla camorra; il sindaco lavorando sulla speranza, facendo rinascere la fiducia del cambiamento in un popolo ferito dalla prepotenza e rassegnato all’impotenza.

Saviano attacca dicendo che il maggior flusso turistico non basta a dichiarare “fuori pericolo” una città, dove la malavita organizzata ha inquinato persino la falda degli adolescenti della “paranza”. De Magistris reagisce pretendendo che si riconoscano i passi in avanti compiuti, chiedendo allo scrittore di collaborare invece di criticare, ma secernendo l’accusa velenosa che non lo fa perché il degrado lo arricchisce. Due personalità forti si sono scontrate. Ma la rissa non può andare oltre, perché a rimetterci è Napoli.

Allora, dico a Saviano e De Magistris: incontratevi.

Chiudetevi in una stanza. Urlatevi in faccia tutto quello che di negativo uno pensa dell’altro. Finché rimosse le incrostazioni del pregiudizio, non emergano gli ideali che vi uniscono.
E poi cambiate atteggiamento e fate una cosa che nel Sud è molto difficile: collaborate. Ma che voi potete fare, perché siete entrambi fuori da interessi di consenso, per la credibilità acquisita con il vostro impegno, pagando sempre di persona. Unite le vostre forze perché il tiranno di Napoli – la camorra – è ancora potente e nessuno di voi – da solo – è in grado di sconfiggerlo. Il bene di Napoli e dei napoletani merita la vostra alleanza. Una città e un popolo a cui tutti siamo affezionati e debitori per la grande cultura che ha prodotto. E che finalmente vede la legalità come l’unico contesto che dia senso all’impegno. Vede la qualità di vita aprirsi oltre il fatalismo, la grande depressione collettiva da cui Napoli ora sa di poter uscire. Se voi – insieme – continuate ad aiutarla.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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