Beppe Grillo, il dito e la luna

Roma, 4 gennaio 2017 – Dovrei stare zitto, lo so, ma proprio non ce la faccio a stracciarmi le vesti e unirmi al coro di  proteste indignate che ha diluviato sulla giuria popolare proposta da Grillo. A questo genere di trovate propagandistiche il personaggio ci ha abituato da tempo così come credo che lui si sia abituato alle nostre reazioni sentendosi vieppiù confortato e incoraggiato dalle medesime. Perciò, pur trovando sconsiderata e inaccettabile la proposta, mi proverò a fare l’avvocato del diavolo e a riflettere sui motivi che potrebbero farla apparire come ragionevole al suo pubblico di estimatori. Poiché possiamo dare per certo che notizie false, scorrette o prive di fondamento  si diffondono non soltanto sul web, ma anche sui giornali e sugli schermi televisivi.

“Il nostro popolo – ha scritto Mario Calabresi, direttore della Repubblica – è la comunità dei lettori, che è anche il nostro unico giudice. Il suo verdetto lo emette ogni mattina, decidendo se leggerci o no”. Dichiarazione che conforta il patriottismo di categoria ma che appare imprudente se è vero che un numero crescente di giovani si allontana dall’informazione tradizionale preferendo il fai da te della rete. E poi per giudicare occorre il libero accesso alle prove e questo ce lo hanno soltanto, ma purtroppo non sempre, i giornalisti. Non lo avrebbero certamente neppure i “cittadini estratti a sorte” di Grillo, per avere un’idea della probabile consapevolezza e competenza dei quali basterebbe dare un’occhiata ai commenti che si accompagnano quotidianamente agli editoriali del sito.

Ma c’è il diritto alla rettifica, si osserva. Vero, ma le “bufale” arrecano seri danni alla pubblica opinione anche quando non riguardano né offendono un singolo cittadino. Quante volte vi è capitato di leggere o di ascoltare una rettifica che non sia quella obbligata su richiesta dell’interessato? E’ vero anche che, almeno per i casi più gravi di manipolazione o di traviamento oggettivo dell’opinione pubblica, qualsiasi cittadino può fare denuncia o ricorso ai Consigli dell’Ordine, ciò che accade molto raramente e ancor più raramente trova seguito nella scarsa capacità sanzionatoria della corporazione.

Nella “Carta dei Doveri” del giornalista, teoricamente in vigore da decenni, era stato inserito un Giurì per la Correttezza dell’informazione, presieduto da un magistrato, al quale si sarebbe potuto rivolgere qualsiasi cittadino, non per punire il giornalista ma almeno per far dichiarare la sua “scorrettezza”. Questo Giurì non entrò mai in funzione per le perplessità di chi, al vertice dell’Ordine, temeva un ridimensionamento del suo potere. Giuseppe Giulietti, da poco presidente della FNSI, ne ha riproposto di recente l’introduzione, approfittando anche dell’imminente riforma della legge professionale.”Per mostrare ai cittadini – come ci ricorda un suo predecessore alla FNSI, Vittorio Roidi – che i giornalisti, da molti ostacolati e minacciati, intendono svolgere il proprio compito nella massima libertà, ma anche nel rispetto dei diritti delle persone”. A cominciare da quel diritto dei cittadini di essere correttamente informati che la Costituzione, come più volte ha affermato la Corte nelle sue sentenze, richiede.

Ecco allora che dietro a una proposta assurda e provocatoria, che poche ore dopo lo stesso Beppe Grillo ha in qualche modo ridimensionato a “denuncia politica”, ottenendo anche il ritiro della querela da parte del direttore del Tg della 7 Enrico Mentana, andrebbe riconosciuta l’esistenza di un problema che attende ancora la sua soluzione. Altrimenti, sarebbe come limitarsi a guardare il dito che sta indicando la luna.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

2 pensieri riguardo “Beppe Grillo, il dito e la luna

  1. Ci vedo una venatura di benaltrismo. L’uscita di Grillo è fascista. Non è la battuta di un comico, ma l’affermazione di un capo politico di quello che sembrerebbe essere il primo partito d’Italia, o comunque il secondo.

    Dietro questo ragionamento ci vedo sempre un po’ di condiscendenza paternalistica nella convinzione che il genio rientrerà nella lampada. Già visto, purtroppo

    1. Io vedo invece che tu sei troppo preoccupato del dito per vedere la luna. Il mio giudizio negativo su quella uscita mi pare di tutta evidenza, non la considero una battuta ma una proposta sbagliata per un problema reale. Continuare a dire che per il contrasto all’informazione manipolata è sufficiente il mercato è altrettanto ipocrita e fuorviante.

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