Gli USA fermano la vendita di bombe all’Arabia Saudita. E noi?

Roma, 17 dicembre 2016 – Mentre il Natale porta nelle nostre case milioni di richieste postali di aiuto per i bambini vittime dei bombardamenti  in Siria, in Africa e nel Medio Oriente, arriva dagli Stati Uniti una buona notizia. Martedì scorso, 13 novembre, il governo di Obama avrebbe disposto il blocco dell’ esportazione di bombe di precisione  in Arabia Saudita, motivato dal ripetersi  di uccisioni e ferimenti di civili, soprattutto bambini, nella guerra promossa nello Yemen dalla coalizione saudita contro i ribelli Houthi. Intendiamoci, si tratta di una goccia nel mare e il prossimo cambio di presidenza non consente illusioni. Secondo dati forniti dall’ONU il sessanta per cento delle stragi di civili nel mondo è provocato dai bombardamenti aerei. Ma chissà che l’ annuncio di martedì, praticamente ignorato dai nostri media, non riesca a convincere anche il governo del buon Gentiloni a seguire l’esempio di Obama.

La notizia è stata pubblicata l’altro ieri dal quotidiano britannico “Independent”, che cita un intervento del capo gruppo del SNP (Partito Nazionale Scozzese), Angus Robertson, al question time del Primo ministro Teresa May di mercoledì 14 (trovate qui il video della seduta a Westminster). Non fidandomi troppo del mio inglese, trascrivo il testo originale: “In the last 24 hours the United States has stopped the supply of precision guided munitions to Saudi Arabia to bomb Yemen. When will the UK follow suit?”. Quando il Regno Unito seguirà l’esempio? ha domandato il parlamentare ricordando anche le pesanti conseguenze dei bombardamenti di ospedali, scuole e mercati, certificate dalle Nazioni Unite.

Molto deludente la risposta del Primo ministro: “l’onorevole sa che qui nel Regno Unito abbiamo un regime molto severo per le licenze di esportazioni di armi inclusi Yemen e Arabia saudita”. Robertson ha replicato che i sauditi hanno missili guidati Paveway IV, fabbricati in Scozia e che dall’inizio dei bombardamenti il Regno Unito  ha autorizzato l’esportazione di armi in Arabia saudita per 3,3 miliardi di sterline. Ma al suo appello per un maggiore rispetto dei valori morali  nella politica estera britannica verso lo Yemen, la signora May ha replicato stizzita : “come l’onorevole sa l’intervento nello Yemen è autorizzato dalle Nazioni Unite (UN-backed) , come ho già detto, dove sono segnalate violazioni del diritto umanitario internazionale noi disponiamo indagini accurate” (where there are allegations international humanitarian law then we require those to be properly investigated).

Altrettanto deludente, per usare un eufemismo,  l’atteggiamento tenuto il 12 ottobre scorso dal nostro Ministro della difesa Roberta Pinotti in risposta alle documentate denunce della  Rete per il disarmo, subito dopo il ritrovamento di queste medesime bombe tra quelle inesplose nei luoghi delle stragi yemenite. Cinquemila missili Mark-32, partiti dall’aeroporto di Cagliari e finiti a Riad,  sono stati assemblati in Sardegna dalla Rwm, filiale del colosso tedesco Rehinmetall, che ha uno dei suoi stabilimenti a Domusnovas, cinquanta chilometri dal capoluogo sardo. La sede legale della Rwm Italia si trova a Ghedi, in provincia di Brescia, dove il procuratore aggiunto Fabio Salomone ha aperto un’inchiesta, al momento senza indagati. Il governo tedesco, interpellato da un deputato della Linke, ha risposto che non sono state date autorizzazioni per questo invio di missili e che Rwm produceva queste bombe prima dell’acquisizione da parte di Rheinmetall. Dunque, ha precisato alla nostra stampa il deputato della sinistra tedesca, “è chiaro che si tratta di una questione tutta italiana”.

Dal 2014 al 2015 l’esportazione italiana di armi solo in quell’area  è passata dai 740 ai 931 milioni di euro. “Non mi occupo di export”, avrebbe risposto la ministra Pinotti , negando che le bombe scaricate dai sauditi sulla popolazione civile yemenita abbiano mai avuto il codice del ministero della difesa. Forse è vero, forse le autorizzazioni sono date dagli esteri (ora che ci è andato Alfano possiamo stare tranquilli).  Comunque sia, il tono e le  parole della titolare della Difesa non fanno certo sperare in una generosa collaborazione del suo ministero all’inchiesta giudiziaria di Brescia. “La ditta Rwm – queste le sue parole riferite dalla stampa – ha esportato in Arabia Saudita in forza di una licenza rilasciata in base alla normativa vigente. L’Arabia saudita non è sottoposta ad alcun embargo, vendere armi ai Sauditi è un’operazione regolare”.

Risposta sbrigativa che non corrisponde a quanto previsto dall’articolo 1 della legge 185 del 1990. In base ad esso l’Italia non può trasferire materiali di armamento verso Paesi in stato di conflitto armato, verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione italiana (che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali), in Paesi sottoposti ad embargo deciso dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, in Paesi i cui governi sono responsabili di accertate gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa; verso i Paesi che ricevendo dall’Italia aiuti ai sensi della legge n. 49/87 sulla cooperazione allo sviluppo, destinino al proprio bilancio militare risorse eccedenti le esigenze di difesa del paese; qualora vi sia in rischio di “triangolazioni”.

Ancora più specifica  una risoluzione votata con ampia maggioranza dal Parlamento europeo lo scorso febbraio, che ha  chiesto alla Vicepresidente della Commissione ed Alto Rappresentante della Politica Estera, Federica Mogherini, di “avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen”.

Auguriamoci allora che per Natale arrivi anche per noi finalmente una “buona novella” e che non sia più solo Papa Francesco a tuonare contro “i mercanti di morte”. Perché sarebbe triste affidare a questo ignobile commercio la crescita della nostra economia. Di fronte alle stragi di bambini commuoviamoci meno e diamoci da fare. La salvezza è di questo mondo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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