Fabrizio Barca: urge cambiare nel Pd le regole del gioco

BARCAmenarsi intanto

in attesa del vento

Quanto più mi arrabatto

tanto peggio mi sento.

Roma, 14 dicembre 2016 – Scherzo, naturalmente. Nell’articolo scritto ieri da Fabrizio Barca su Huffington Post ho ritrovato qualcosina, non molto purtroppo, di quello che mi aveva a suo tempo entusiasmato nel promettente documento  intitolato “un partito nuovo per un buon governo”.

Ridimensionare gli organi collegiali a cominciare dalla Direzione, oggi davvero elefantiaca, è certo un primo passo significativo nella giusta direzione. Lo Statuto verticistico del Pd, approvato ed entrato in vigore prima dell’attuale segreteria, con procedure sostanzialmente fondate sulla cooptazione dall’alto del gruppo dirigente a tutti i livelli, prevede come sappiamo assemblee fatte più per applaudire/fischiare  che per discutere e decidere con serietà.

Così sarà, possiamo esserne certi, anche in quella di domenica prossima, 18 dicembre.

Buono anche il proposito di premettere alla competizione tra i candidati alla guida del partito “un’agenda essenziale di riferimento che i concorrenti abbiano concorso a elaborare e che raccolga bisogni e soluzioni maturati nel rapporto fra partito e società “. Quanto al ruolo dei circoli, oggi ridotto al presidio dei gazebo e a qualche discussione accademica, l’articolo su Huffington Post mi è parso ancora piuttosto vago, comunque decisamente lontano dal modello di partito palestra, non statocentrico e rigorosamente separato dalle istituzioni che rappresentava la maggiore novità dell’impostazione data alla memoria di Barca dell’Aprile 2013.

Si annuncia con un certo ottimismo un documento Guerini-Orfini che proporrebbe le innovazioni suddette (Direzione di 15 membri, Agenda comune pre-primarie Circoli palestra) e altre ancora, che tuttavia risulta ancora riservato. Se sarà approvato domenica prossima, come l’ex ministro della Coesione territoriale propone, vedremo. L’articolo conclude con un appello accorato al Segretario non più premier perché ascolti il messaggio che, grazie anche al buon lavoro  di Barca con molti circoli del Pd, viene dalla base del partito.

Non si prova nemmeno a mettere in dubbio che quello concepito da Renzi sia ancora un partito di sinistra, nonostante che l’esperienza abbia ampiamente dimostrato il contrario. Il Renzi bis, nonostante l’uscita di Verdini e di Ala, non fa pensare a un ravvedimento. E io temo che il congresso che Renzi e il suo giglio magico hanno oggi in mente non sia neppure “un film già visto” come teme Fabrizio, ma molto peggio.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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