Le mille ombre del sistema Italia in Etiopia

Roma, 10 dicembre 2016 – Di storie da raccontare in una giornata internazionale dei diritti umani ve ne sarebbero tante, scegliamone allora una assai poco nota nella quale sembra sia coinvolto direttamente il nostro Paese. Riguarda l’Etiopia, che con i suoi 97 milioni di abitanti è oggi il secondo stato africano per popolazione, uno dei pochi che sarebbe probabilmente sfuggito al destino coloniale se ottanta anni fa Mussolini non avesse avuto la cattiva idea di fondarvi l’Impero. Finita l’epoca coloniale, non è finito, come sappiamo, il colonialismo economico che prosegue in tutto il continente con varie forme di sfruttamento ma anche qualche beneficio per l’economia locale, se è vero che le imprese straniere, a cominciare da quelle cinesi, fanno la coda per investire.

La storia da illuminare, che riprendo da un lungo articolo di Marina Forti per la rivista “Internazionale”, riguarda l’accaparramento della terra da parte di imprenditori più o meno scrupolosi per realizzare i loro progetti. “Un anno fa – scrive Marina Forti – quando il progetto di espandere la capitale Addis Abeba ha suscitato la rivolta delle popolazioni rurali destinate a essere espropriate, centinaia di manifestanti sono stati uccisi per le strade e migliaia arrestati, secondo le informazioni raccolte dall’organizzazione per i diritti umani Human rights watch“. Nel mese di ottobre la tensione è esplosa nuovamente durante una cerimonia religiosa e decine di persone sono state uccise dalla polizia. Da allora il governo ha imposto lo stato d’emergenza in tutto il paese.

Come in tutti i regimi dittatoriali, la polizia etiope ha poteri esorbitanti. “L’attuale primo ministro, Hailè Mariam Desalegn, ha vinto le elezioni politiche nel maggio 2015 con il 100 per cento dei voti. Il suo partito, il Fronte democratico rivoluzionario del popolo etiopico (Eprdf), occupa tutti i seggi del parlamento” e governa ininterrottamente l’Etiopia dalla fine della guerra civile nel 1991. Grazie agli oltre due miliardi di dollari di aiuti stranieri che riceve ogni anno, “nel 2010 il governo etiopico ha lanciato un ambizioso “Piano di crescita e trasformazione”, con l’obiettivo dichiarato di accelerare la crescita e “promuovere una rapida industrializzazione e una trasformazione strutturale”….Per questo ha puntato su investimenti in grandi infrastrutture e sviluppo di una estensiva agroindustria”.

Anche l’Italia, che con l’Etiopia ha ottime relazioni ( il presidente Mattarella ha compiuto all’inizio dell’anno una visita di quattro giorni), ha investito molto, dalle dighe ai progetti agroindustriali. Ecco allora la storia da illuminare. “Un’azienda italiana, Salini Impregilo, ha costruito due dighe sul fiume Omo, nella regione sudoccidentale dell’Etiopia. L’ultima è la diga Gilgel Gibe III: nel luglio del 2015 il presidente del consiglio Matteo Renzi era andato a inaugurarla insieme al premier etiopico: l’aveva definita “un orgoglio italiano”.

Sta di fatto però che la regione dove lavorano le aziende italiane è vietata a occhi esterni. Due giornalisti del settimanale “Nigrizia”, Giulia Franchi e Luca Manes, stanchi di chiedere invano permessi per recarsi sul posto, sono riusciti a raccogliere ugualmente testimonianze ad Addis Abeba intervistando  persone direttamente coinvolte e abitanti della zona indicata. Testimonianze che hanno poi pubblicato in un dossier (scaricabile) dal titolo: Cosa c’è da nascondere nella valle dell’Omo? 

Il dossier parla di “comunità locali mandate via con la forza, in parte per la costruzione delle dighe, in parte per liberare terre assegnate a investitori stranieri per progetti agroindustriali, di “persone cacciate via senza quasi alcun risarcimento, con un processo di ricollocazione – “villaggizzazione” – accompagnato da abusi e violenze. Le tribù della bassa valle sono state sfrattate con violenza, molti hanno visto distruggere le proprie fattorie. I loro campi e pascoli sono diventati piantagioni intensive di canna da zucchero e cotone, grazie a sistemi di irrigazione su larga scala. Per l’equilibrio del territorio è un disastro”.

“L’agricoltura e la pastorizia tradizionali, su piccola scala, erano adattate a un ecosistema molto fragile –  prosegue Marina Forti – è dubbio invece che le grandi piantagioni reggano nel tempo. L’invaso della diga Gilbel Gibe III ha sommerso terre e pascoli. L’acqua disponibile per la popolazione locale a valle dell’impianto idroelettrico è diminuita, come pure i pascoli. I raccolti sono in declino, anche perché nell’estate 2015 non c’è stata la regolare esondazione del fiume, e per di più nei due anni scorsi le piogge sono state scarse. Anche l’acqua che arriva al lago Turkana è crollata in modo drastico. Intanto “nella valle dell’Omo si è instaurato un clima di intimidazione, soldati mandati a sgomberare il territorio, famiglie minacciate, percosse, violenza su donne e bambini, stupri. Chi ha fatto opposizione esplicita è finito in galera. I racconti degli abitanti parlano di violente operazioni contro questa o quella tribù che non accetta il trasferimento”.

Non ci sono soltanto le dighe della Salini – Impregilo. Un altro investimento italiano è quello della Fri-El Green, impresa che nel 2007 si è aggiudicata (tramite la sussidiaria locale Fri-El Ethiopia farming and processing) la concessione di 30mila ettari di terreni arabili nella bassa valle dell’Omo. L’azienda italiana beneficia di un affitto per 70 anni, per il valore di 2,5 euro l’ettaro, e si aggiudica terre prima destinate all’uso della comunità. Pascoli e buone terre arabili sottratti all’agricoltura locale, senza che gli abitanti ne ricevano beneficio. Le testimonianze dicono che scuole, ambulatori e altri servizi sono stati promessi, ma non sono mai arrivati. Pochissimi abitanti locali hanno avuto lavoro come braccianti”.

Dal 2006 l’Italia partecipa al programma governativo chiamato “promozione dei servizi di base”, un fondo multilaterale gestito dalla Banca mondiale – che secondo Human rights watch ha contribuito ai piani di sedentarizzazione forzata nelle regioni di Gambella (nell’ovest del paese, 70mila persone cacciate da terre date in concessione a investitori stranieri), e ora nella valle dell’Omo. “Sembra che la comunità internazionale – conclude l’articolo su Internazionale – non si renda conto che sta donando soldi per permettere al governo etiopico di distruggere la vita delle popolazioni indigene nella valle dell’Omo”, commenta un abitante – una delle testimonianze citate da Franchi e Manes. Resta la domanda: l’Italia è complice di violenza e abusi?

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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