PD. Per un’alternativa radicale al renzismo

PD-punto-interrogativoRoma, 8 dicembre 2016 – Matteo Renzi ci riesce, anche dopo la sconfitta, a suscitare l’applauso e l’entusiasmo dei suoi. Con un sorriso forzato dichiara: “Dopo il 4 dicembre c’è un incredibile boom di richieste di iscrizione al Pd“. Sarà vero? Dovremmo chiederci allora quanti stanno (ri)entrando dalla sinistra nella speranza di un riequilibrio di potere all’interno del partito e quanti invece da destra contando (più realisticamente) sul rafforzamento dell’ “entente cordiale” con l’amico Verdini.

Che il renzismo abbia prodotto un certo mutamento genetico alla base del Pd, già con le primarie “aperte” del 2013 e poi sempre più negli anni successivi, mi pare fuori dubbio, non foss’altro che per le diserzioni che ci sono state, tutte in unica direzione. Un mutamento reversibile o irreversibile? Ecco la domanda di fondo a cui la sinistra è costretta a dare una risposta. Premessa a mio parere necessaria per chiarire anche il percorso da compiere nel passaggio da questa alla prossima legislatura.

Che cosa è il Pd? Che cosa sta dimostrando di volere – con i fatti, non con le chiacchiere – il Partito democratico? “Quanto conta la voce dei cittadini”, si chiedeva sulla Repubblica Stefano Rodotà. Poco, se si dovesse giudicare dall’assenza di qualsiasi autocritica nel discorsetto che è stato fatto mercoledì pomeriggio alla direzione. Ma, come osserva il professore, proprio questa incapacità di ascolto da parte della democrazia rappresentativa sta facendo sì che venga “imboccata con determinazione la strada dell’intervento diretto dei cittadini”.

I referendum della CGIL – precisava poi Rodotà – hanno raccolto “più di tre milioni di firme su temi di particolare rilievo, che già occupano un posto importante nella discussione pubblica. Si tratta della cancellazione di norme del cosiddetto Jobs Act, quelle riguardanti i voucher, divenuti sempre più strumenti del precariato; la disciplina delle forme di reintegro nei casi di licenziamenti illegittimi, dopo l’abrogazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori; e le norme sulla responsabilità sociale nei contratti di appalto. L’anno prossimo ci porterà dunque una stagione in cui la voce dei cittadini si farà sentire con particolare intensità”.

Ciò vuol dire, commenta Rodotà, che il sindacato “intende riprendere quel ruolo in largo senso istituzionale che gli era stato lungamente congeniale e che si era venuto indebolendo, o addirittura perdendo, in una stagione che ha visto la dichiarata ostilità del governo verso i corpi intermedi fino a escludere la legittimità stessa della loro consultazione”. Aggiungo io che questa dichiarata ostilità può essere compatibile col populismo, non con una vera democrazia. E la riflessione che la sinistra deve fare sulla sua vocazione nel Paese non può non partire, come dice giustamente Nichi Vendola, “dall’incredibile lacerazione sociale che è stata indotta dalle politiche di austerity”, così come dalla remissività mantenuta finora, al di là delle proteste verbali, nei confronti dell’Europa. Ciò che forse andrebbe tenuto presente per un dialogo, che prima o poi qualcuno dovrebbe aprire, con il Movimento Cinquestelle.

Di questa posizione sull’Europa parlava qualche giorno fa Gustavo Zagrebelsky in una risposta a Scalfari. “C’è nella nostra Costituzione, scriveva l’ex Presidente della Corte, nella sua prima parte che tutti omaggiano e dicono di non voler toccare, un articolo che, forse, tra tutti è il più ignorato ed è uno dei più importanti, l’articolo 11. Dice che l’Italia consente limitazioni alla propria sovranità quando – solo quando – siano necessarie ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni. Lo spirito di Ventotene soffia in queste parole. Guardiamo che cosa è successo. Ci pare che pace e giustizia siano i caratteri del nostro tempo? Io vedo il contrario. Per promuovere l’una e l’altra occorre la politica, e a me pare di vedere che la rete dei condizionamenti in cui anche l’Italia è caduta impedisce proprio questo, a vantaggio d’interessi finanziario-speculativi che tutto hanno in mente, meno che la pace e la giustizia”.

Allora basta con l’Euro e con l’Europa? Facciamo la rivoluzione? No, basterebbe che la sinistra avesse il coraggio di essere conseguente alle proprie parole quando dichiara, con Gianni Cuperlo ad esempio, che “serve una svolta radicale di contenuto e classi dirigenti“; che “al congresso servirà un’alternativa radicale di impianto e concezione del partito…un legame anche sentimentale, una fiducia che dobbiamo ricostruire…”. Per farla breve, serve un’alternativa radicale al renzismo (e a uno statuto del Partito tutto fondato sulla cooptazione dall’alto della classe dirigente e sulla confusione dei ruoli tra quest’ultima e le istituzioni). Che questa si possa ottenere nel Pd o fuori del Pd dipende da un calcolo realistico delle possibilità. Dalla possibilità concreta di “rifondare il partito”, invocata l’altra sera dall‘ex Presidente del Pd Rosi Bindi a otto e mezzo. Un’alleanza programmata col Pd di Renzi, come propone Giuliano Pisapia, non mi pare che tenga sufficientemente conto di questa radicale diversità.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

2 pensieri riguardo “PD. Per un’alternativa radicale al renzismo

  1. Nando, tu scrivi:

    “serve un’alternativa radicale al renzismo (e a uno statuto del Partito tutto fondato sulla cooptazione dall’alto della classe dirigente e sulla confusione dei ruoli tra quest’ultima e le istituzioni). Che questa si possa ottenere nel Pd o fuori del Pd dipende da un calcolo realistico delle possibilità. Dalla possibilità concreta di “rifondare il partito”, invocata l’altra sera dall‘ex Presidente del Pd Rosi Bindi a otto e mezzo. Un’alleanza programmata col Pd di Renzi, come propone Giuliano Pisapia, non mi pare che tenga sufficientemente conto di questa radicale diversità.

    Ma perché i vari Cuperlo o Bindi, o i critici di Pisapia non dicono esattamente che cosa di nuovo vogliono fare invece di dire che bisogna fare qualcosa di nuovo? Dal modo di ragionare di cui sono portatori è uscito a suo tempo bersani, che non ha prodotto niente di nuovo e una evitabile sconfitta elettorale.

    Se non si prendono la pena di dire oggi cosa vogliono fare in Italia, un qualcosa che sia di sinistra e nuovo, meritano un’alzata di spalle.

    Essendo gente che non è che non abbia mai avuto diritto di tribuna, io ho il fondato sospetto che non abbiano niente da dire, se non che sono contro Renzi (dopo aver sostenuto, quando Renzi ancora non c’era, tutte le tesi di Renzi).

    Essere contro Renzi, purtroppo è poco. E’ troppo poco. E non basta autodefinirsi di sinistra, escludere gli altri, per superare. Anche perché l’elettorato ti punisce

    Saluti

    1. Potrei rispondere che di nuovo da dire c’è poco e chi ha provato a farlo di recente non ha fatto che combinare guai. Ma non voglio cavarmela con una battuta, anche se non posso rispondere a nome dei politici da te chiamati in causa. Credo che qualcosa abbiano detto nelle sedi del partito e nelle tante interviste rilasciate ai giornali. Nei miei articoli ho sempre cercato di riferire, citandoli, che cosa intendono per una politica di sinistra, come pure quello che intendo io. Se avessi letto i miei articoli su questo blog, a partire da quando Renzi era ancora sindaco di Firenze e anche prima, sapresti anche come la penso. Il mio voto per il No al referendum non ti avrebbe certo sorpreso. Mi sono iscritto per la prima volta a un partito nel 2007, anche se dal 94 ero tesserato con l’Ulivo, poi l’associazione dei cittadini per l’Ulivo presieduta da Pietro Scoppola e poi con Libertà e Giustizia. Sono entrato nel Pd che si annunciava non come un nuovo partito ma come “il partito nuovo”, anzi “nuovodavvero” sottolineava la Bindi che già allora sapeva quantp ce ne fosse bisogno. Non mi facevo troppe illusioni che si riuscisse a trasformare un’oligarchia di capi corrente provenienti da i DS in un partito di teste pensanti e autonome, capaci di incidere sulla politica a tutti i livelli. Ci ho provato ugualmente per otto anni, entusiasmandomi soprattutto all’idea del partito palestra non più statocentrico indicato da Fabrizio Barca, dove i anche i dirigenti fossero separati dalle cariche elettive nello Stato e nella P.A.. Purtroppo il PD marciava nella direzione contraria, i circoli non contavano più niente e agli iscritti veniva lasciata la scelta tra fischiare o applaudire. Il boss di turno prima, l’uomo solo al comando poi. Altro che partito nuovo, più vecchio di così non si può. Rispetto la tua opinione contraria, ma anziché alzare le spalle dovresti chiederti perché oggi l’80 per cento dei giovani sotto i 35 anni ha votato NO e perché a votare a favore del PD sono ormai soltanto i più garantiti. Dovresti chiederti perché, come ho scritto nel mio articolo, il più grande sindacato dei lavoratori, gli insegnanti e gli studenti, la maggior parte delle associazioni del volontariato sono delusi da Renzi, dal suo giglio magico,dalla sua arroganza e inefficienza parolaia. La Confindustria, Marchionne e altri lo approvano ma non sono di sinistra.

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