Giuseppe Dossetti profetico nel 1994

dossetti-giuseppe-1995Quando don Giuseppe Dossetti scrisse questa lettera sul rischio dei referendum era il 1994 e al governo era appena arrivato Silvio Berlusconi, che era riuscito ad accattivarsi le simpatie di una fetta consistente del mondo cattolico più conservatore. Chi fosse Giuseppe Dossetti prima di scegliere la via del monastero è noto, ma forse non ai lettori più giovani. Basti dire che, eletto il 2 giugno del 1946 fra i 556 deputati dell’Assemblea Costituente, si impose subito come uno dei giuristi più attivi e rappresentativi della Commissione dei 75, quella che aveva avuto il compito di predisporre per l’Aula il progetto di Costituzione. Sua la proposta  relativa al diritto di resistenza, che presentò con queste parole: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». Ebbene, mezzo secolo dopo, con una lettera inviata il 25 aprile del 1994 all’allora sindaco di Bologna, Walter Vitali, l’ex deputato e monaco Giuseppe Dossetti lanciava i comitati per la difesa della Costituzione con queste parole: «Si tratta di impedire ad una maggioranza che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo di mutare la nostra Costituzione: [quella maggioranza] si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo, e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un colpo di stato». Un mese dopo scrisse il documento che segue e oggi potrebbe suonare come profetico anche se molti farebbero fatica a identificare nel premier attuale il “gran seduttore”. (nandocan).
***da Oliveto, 23 maggio 1994 – Ringrazio con gratitudine per la prontissima adesione alla proposta per la costituzione di Comitati in difesa della nostra Carta Costituzionale. Invio il testo completo del discorso che ho tenuto a Milano alla Fondazione Lazzati, in occasione dell’anniversario della sua morte. In esso ho avuto anche occasione di spiegare più diffusamente il mio pensiero relativamente alla Costituzione, alle sue parte modificabili e a quelle assolutamente inviolabili.

Non nascondo che le mie preoccupazioni in questo momento sono massime, e non credo di esagerare se intravedo una trappola tesa dal nuovo ordine di cose specificamente ai cattolici. Non posso dimenticare che anche l’altra volta, più di settant’anni fa, tutto è cominciato nello stesso modo: con defezioni minime, ma poi gradualmente crescenti, dei cattolici. Ho ancora presenti gli articoli e le cronache della Civiltà Cattolica dal ’20 al ’24, che ancora, non un’editoriale del suo direttore, il Padre Rosa, cercava di scagionare dopo il delitto Matteotti la responsabilità del Regime, e preparava, così, all’acquiescenza al colpo di stato del 3 gennaio 1925.

[Credo che ancora oggi si possa rileggere con una certa utilità la biografia di Pio XI, scritta poco dopo la morte, da Luigi Salvatorelli, di ispirazione laica e nella prima parte non tenero verso la condiscendenza del Papa, ma poi all’ultimo, leale nel riconoscere, anche con una certa commozione, il ripensamento pontificio e i tentativi generosi del Papa in senso contrario ai suoi primi anni di pontificato].

Né vale addurre l’argomento che il governo Berlusconi contiene in sé elementi contraddittori che prima o poi si sfascerà. Questo argomento lo si adduceva per i governi fascisti, che invece si sono sempre consolidati. C’è voluta una guerra, e una guerra clamorosamente perduta, perché il Gran Consiglio e il Re mettessero Mussolini con le spalle al muro.

Per questo auspicherei anche da parte delle sinistre un’opposizione più unitaria, più organica e più di principio.

Ora la mia preoccupazione fondamentale è che si addivenga a referendum, abilmente manipolati, con più proposte congiunte, alcune accettabili e altre del tutto inaccettabili, e che la gente totalmente impreparata e per giunta ingannata dai media, non possa saper distinguere e finisca col dare un voto favorevole complessivo sull’onda del consenso indiscriminato a un gran seduttore: il che appunto trasformerebbe un mezzo di cosiddetta democrazia diretta in un mezzo emotivo e irresponsabile di plebiscito. Quante volte questo è accaduto con grande facilità nella storia anche recente, e nostra e di altri Paesi europei!

Perciò assegnerei ai Comitati che ho auspicato il compito di incominciare a preparare l’opinione in vista di questi referendum, in senso molto differenziato e chiaro, che isoli, se possibili, le proposte sane da quelle intrinsecamente inaccettabili; o altrimenti prepari alla possibilità di un rifiuto globale.

Con tanta cordialità e gratitudine faccio i migliori auguri per tutto il vostro lavoro.

Giuseppe Dossetti

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti