Thanksgiving Day (festa del Ringraziamento)

indiani-damericaRoma, 24 novembre 2016 – Come molti sanno, oggi, quarto giovedì di novembre, si festeggia negli Stati Uniti il Thanksgiving Day, il Giorno del Ringraziamento. Sul perché questa festa sia tanto cara agli americani, non si sa molto, in compenso tutti sanno che è tradizione mangiare il tacchino. Il tacchino perché? Per capirlo, come spiega molto bene oggi su Facebook il collega Marco Nese, bisogna “risalire al 1620, quando la nave Mayflower portò sulle coste dell’attuale Massachusetts i primi coloni, i famosi Padri Pellegrini, 102 coraggiosi che a causa del clima gelido e della mancanza di cibo si ridussero nel giro di alcuni mesi a poco più della metà. I superstiti si salvarono grazie a Massasoit, capo di una tribù indiana, che li sfamò e insegnò loro a seminare il mais”.

Seminato in primavera, il mais dette un abbondante raccolto col quale avrebbero potuto superare il rigido inverno di quella regione e per riconoscenza invitarono gli indiani. “Massasoit – racconta il collega – arrivò con novanta guerrieri e una buona provvista di cibo, pesci, lepri, cinque cervi e tacchini. Fu il primo Thanksgiving day, il giorno del Ringraziamento al Signore. Una profonda gratitudine, visto che il banchetto si rinnovò per tre giorni. William Bradford, il primo governatore della colonia, narrò questi momenti di gioia e tutta l’impresa dei Pellegrini nella sua History Of Plymouth Plantation. Quest’opera vigorosa è l’Odissea degli americani. Racconta le peripezie dal piccolo villaggio inglese Scrooby fino al Nuovo Mondo con la certezza di stabilire una colonia sotto la protezione divina”.

Passarono gli anni e i nuovi colonizzatori pensarono di dovere agli indigeni la stessa riconoscenza che avevano dimostrato ai tacchini. Arrivarono a centinaia altri colonizzatori per rubare loro la terra e nel 1637 ci fu un massacro di 700 indigeni, il primo di una lunga serie. E di quel genocidio sappiamo abbastanza per capire come dietro il razzismo attribuito con qualche fondamento al nuovo Presidente eletto ci sia stata una lunga storia. Mi chiedo, al riguardo, se nelle buone famiglie americane si è mai pensato di aggiornare la tradizione invitando a pranzo per il Thanksgiving qualche discendente dei nativi costretti da allora nelle riserve. Una piccola penitenza che sarebbe probabilmente più gradita al Destinatario di quella imposta oggi ai tacchini.

Per un aggiornamento sui tragici precedenti di cui sopra consiglio di andare all’indirizzo web che segue:

https://www.facebook.com/IndigenousPeopleOfAmerica/videos/1319153011448582/

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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