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Referendum. Elogio dell’accozzaglia

Alla gustosa presa in giro di Emilio Radice dell’insulto renziano, appena letta su Alganews, aggiungo volentieri il mio elogio, non certo dell’accozzaglia, che nel nostro vocabolario mantiene un significato negativo, ma della disponibilità a trovare l’intesa da parte di persone che la pensano diversamente. Non su tutto, ovviamente, nel qual caso ci troveremmo di fronte al deprecabilissimo “pensiero unico”, ma su questa o quella questione particolare, politica o filosofica. Non per imporre alleanze di potere, come avviene nei “patti del nazareno”, ma per cercare nel confronto una mediazione tra diversi punti di vista. Confronto che, con buona pace di Renzi e dei suoi,  non può essere confinato in una campagna elettorale o in un congresso di partito. In ogni vera democrazia dovrebbe essere permanente. E offrire ad ogni individuo la libertà di aderire onestamente a questa o a quella proposta, sfuggendo agli unanimismi di partito o di corrente. Se poi si tratta di fissare in una Costituzione le regole fondamentali della convivenza civile, ecco che questa disponibilità mi sembra più che mai doverosa. Altro che accozzaglia (nandocan)

***di Emilio Radice, 23 novembre 2016 – Accozzaglia, pensavo stamane mentre in un padellone facevo cadere rotelle ispirate di carote, cipolle, gambi di sedano, e accozzandoli insieme con dell’olio extravergine (fino a prova contraria) mi facevo quasi sedurre dall’idea della peposa, ch’è n’accozzaglia anch’essa, fatta dal mio amico Roberto, dove il tradimento della extraverginità si consuma con la carne, fino al distillato delle essenze e al mugolio strozzato in gola dal piacere in piatto. La peposa, accozzaglia dove l’assenza di peperoncino incide a maturare il sospetto di un dico-non-dico, come un voglio-non-voglio lievitante il desiderio, un NO madre di spermatozoici SI fecondi. Ed io lì a tagliar cipolle, falsamente indifferente, a gettar nell’accozzaglia altri pensieri a istinto, qualche foglia di maggiorana, un poco di empitella, un frammento di alloro, le olive. Fino al pollo, vinto, esangue accozzato nel tritìo del resto e poi insultato con un fiotto di vino sconosciuto in faccia, d’origine spagnola, com’è giusto in un’accozzaglia vera certificata oggi da etichette: aglio made in Mexico, pollo modenese, vino della Catalogna e gas d’Algeria. Tutti accozzati in una unica accozzaglia per la goduria del supremo momento di trionfo, “mo’ me te magno”, e dunque digeriti, biorigenerati e infine tornati – come dice Dio – polvere nella polvere nella suprema accozzaglia dell’Universo. Senza che si offenda.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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