Giornalisti in piazza contro gli attacchi all’art.21 della costituzione

giornalismo***di Elisa Marincola, 21 novembre 2016 – Il giornalismo è ormai recepito ovunque, dai potentati, i circoli mafiosi ma anche dalla politica, come il testimone fastidioso da tacitare e sul quale scaricare rabbia, accuse, attacchi fisici e legali, quando non addirittura augurare il carcere o peggio. Anche quando non si parla di inchieste scottanti ma solo di diffusione di affermazioni registrate. Basti ricordare l’episodio di ieri a Napoli, dove addirittura davanti al Comando provinciale dei carabinieri, un videoreporter di Sky che stava filmando l’uscita degli arrestati appartenenti ad un clan di camorra è stato malmenato e minacciato dai parenti degli inquisiti. Ma anche l’accredito negato dalla Juventus ai cronisti della Gazzetta dello sport. O ancora l’ultimissima esternazione del governatore campano Vincenzo De Luca che, per giustificarsi delle gravissime espressioni su Rosy Bindi, ha subito attaccato il “giornalismo spazzatura” che si era permesso di riferire al pubblico quanto un alto esponente delle istituzioni considerava normale proferire. Salvo poi smentirsi e doversi scusare pubblicamente.

E nella puntata di Report appena andata in onda, nell’inchiesta sull’Azerbaijan, un altro esponente delle nostre istituzioni, il senatore della Lega Nord Sergio Divina, presidente del gruppo interparlamentare di amicizia Italia Azerbaigian, sui prigionieri politici nelle carceri azere, un centinaio tra i quali anche giornalisti, risponde (testualmente) che anche da noi qualcuno “meriterebbe qualche mese di carcere in più”.

I dati che arrivano dall’Agenzia europea dei diritti umani parlano da soli: 92 episodi di minacce, pressioni, attacchi solo nei primi nove mesi dell’anno, erano 82 nel 2015. E nella classifica, subito dopo di noi, la Francia ne ha registrato “solo” 55. Un’emergenza ormai insopportabile, e le nostre istituzioni non possono più far finta di nulla.

Per questo giovedì 24 dalle 10 Articolo 21, con il direttivo e tutte le iscritte ed iscritti, sarà con Fnsi e tutte le associazioni per la libertà di stampa a piazza delle Cinque lune, vicino al Senato, e insieme a noi ci saranno i tanti, troppi cronisti e croniste sotto scorta, e con loro le donne e gli uomini delle forze dell’ordine chiamati a proteggere il nostro diritto ad essere informati.
Il Parlamento deve cancellare il carcere per i giornalisti e va approvata finalmente una legge davvero efficace per fermare le querele temerarie, bavaglio insormontabile ormai anche per i media più robusti. Ripristiniamo l’articolo 21 della nostra Costituzione, riaffermiamo senza esitazione il dovere d’informare e il diritto ad essere informati!

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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