La versione di Bernie

sanders-bernie-1Roma, 13 novembre 2016 – Bene ha fatto il direttore di repubblica ad affiancare oggi all’editoriale domenicale del Fondatore lo splendido intervento di Bernie Sanders per il New York Times. Così da consentire ai tanti lettori di sinistra, prostrati dalla consueta paternale scalfariana al riottoso presidente del consiglio, di tirare un sospiro di sollievo.

Editoriale dopo editoriale, Scalfari si è ridotto ormai ad implorare l’abolizione del ballottaggio nella legge elettorale, non per scongiurare « una concentrazione incontrollata del potere » e una « drastica riduzione della rappresentanza » come invita a fare Bersani scrivendo a Ezio Mauro, ma solo per allontanare « l’ipotesi incubo » di un grillino a Palazzo Chigi.

Sanders si dice « addolorato ma non sorpreso » per « il fatto che milioni di persone abbiano votato Trump perché sono nauseate e stanche dello status quo economico, politico e mediatico » , un ristagnare della crisi accompagnato dal crescere delle disuguaglianze che – ammettiamolo – affligge non soltanto gli Stati Uniti ma anche vari Paesi europei, a cominciare dal nostro.

Trump ha ragione, scrive, gli americani vogliono il cambiamento, ma « mi chiedo che tipo di cambiamento gli offrirà ». Avrà il coraggio di opporsi ai potenti di questo paese « o dirotterà invece la rabbia della maggioranza sulle minoranze, sugli immigrati, i poveri e gli indifesi »? Domande che a noi suonano un po’ retoriche almeno dopo aver letto le anticipazioni sui nomi della sua squadra di governo. Difficile credere che vecchie conoscenze della destra repubblicana, arrabbiati neo con e prestigiatori della finanza aiutino il miliardario Trump a « opporsi a Wall Street » e « imporre alle grandi banche di investire nella piccola impresa e creare posti di lavoro », come Bernie Sanders si attende.

Eppure questo vecchio senatore del Vermont, probabilmente il solo che ama dichiararsi socialista, anziché fuggire inorridito dall’incubo di questo impresentabile presidente eletto, si dichiara « aperto a riflettere sulle idee proposte da Trump e su come si possa lavorare insieme ». Dove la disponibilità al dialogo si accompagna alla severità della sfida. Scrive che proporrà « una serie di riforme per ridare slancio al Partito Democratico », convinto che « debba liberarsi dei vincoli che lo legano all’establishment e torni a essere un partito di base della gente che lavora, degli anziani e dei poveri ». Più determinato che mai ad « aprire le porte del partito all’idealismo e all’energia dei giovani e di tutti gli americani che lottano per la giustizia economica, sociale, razziale e ambientale».

Ora, mi è difficile capire come un grande giornalista liberale, Scalfari, e un leader come Matteo Renzi, che pur non essendo socialista ha pur chiesto e ottenuto l’adesione del PD al PSE, abbiano maggiori difficoltà a concepire un rapporto di dialogo e collaborazione con i Cinque Stelle di quelle che dimostra di avere Bernie Sanders con uno sguaiato campione di populismo come Donald Trump. Così come mi riesce difficile capire il comportamento reciproco dei Cinque Stelle. Ma forse è perché in America la politica è nutrita di un pragmatismo autentico, mentre da noi è ancora, nonostante ogni protesta contraria, ancora malata di vecchia ideologia.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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