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Bene Bravo Bis

nerone-petroliniRoma, 6 novembre 2016 – “Bene,Bravo,Bis”, avrebbe commentato Petrolini. Ho appena finito di leggere su repubblica.it il discorso conclusivo di Matteo Renzi alla convenscion fiorentina della Leopolda. Ho provato a mettermi nei panni e nella testa dei convenuti e sono rimasto incantato. Perché c’è solo un modo per apprezzare i discorsi di Renzi. Bisogna credergli. Se uno gli crede, rimane conquistato.

Sempre sulla repubblica.it, ho letto anche il testo integrale del documento per una riforma della legge elettorale prodotto dai quattro con, quattro renziani con Cuperlo. Dopo aver precisato che tutte le opposizioni si sono dichiarate indisponibili a una verifica parlamentare prima del referendum del 4 dicembre, la commissione riafferma “il perno di un sistema elettorale fondato sull’equilibrio tra i due principi della governabilità e della rappresentanza. A tale scopo le verifiche realizzate rendono possibile: * La preferenza per un sistema di collegi inteso come il più adatto a ricostruire un rapporto di conoscenza e fiducia tra eletti ed elettori.
* la definizione di un premio di governabilità (di lista o di coalizione) che consenta ai cittadini, oltre alla scelta su chi li deve rappresentare, la chiara indicazione su chi avrà la responsabilità di garantire il governo del Paese attraverso il superamento del meccanismo di ballottaggio”.

E’ questo che si attendevano da lui gli altri esponenti della minoranza? Decisamente no. “Una paginetta fumosa”, protesta Roberto Speranza. “Serve una nuova legge, non una traccia di intenti generica e ambigua che non cambia le cose”, commenta Davide Zoggia. Una “presa in giro”, dichiara Stumpo. Il più amareggiato è Bersani: “Questo testo è totalmente insufficiente. Cuperlo ha deciso di andare avanti da solo, ma l’accordo era che avrebbe dovuto rappresentare tutti noi”. Ma al di là dei contenuti della proposta, che dovrà passare comunque l’esame del Segretario, della Direzione e dei Gruppi parlamentari del Pd, il punto è che vale per la medesima quello che si è detto per i discorsi di Renzi: bisogna crederci. Come fa Eugenio Scalfari, che nell’editoriale domenicale narra di “una proposta perfetta, elaborata dai Cinque rappresentativi del vertice del Pd e in particolare da Gianni Cuperlo, rappresentativo dei dissidenti che vogliono tuttavia lavorare lealmente al rafforzamento di un partito del centrosinistra moderno e democratico, senza alcun rischio di autoritarismo”.

Eugenio come Gianni. Qualche dubbio però devono averlo. “Voglio essere coerente – dichiara Cuperlo al Corriere della sera – ma certo peserà la lealtà degli altri nel tener fede agli impegni del documento…E questo si vedrà presto nella direzione e nei gruppi parlamentari”. Impegni, aggiungo io, piuttosto vaghi e generici, come risulta alla lettura delle poche righe del testo. Tranne che su un punto: il premio, di lista o di coalizione, dovrà consentire la chiara indicazione di chi andrà al governo. Che è poi quello che Renzi e Berlusconi hanno sempre voluto ma la nostra Costituzione non prevede.

Quanto a Scalfari, dopo le sperticate lodi del documento, si augura “che Renzi annunci questo progetto pubblicamente anche in Parlamento avvertendo – suggerisce – che dovrà essere a suo tempo approvato formalmente dalla direzione del Pd”. A suo tempo quando? Dopo il 4 dicembre, naturalmente. Eugenio come Gianni. Ci credono, non si fidano, comunque voteranno sì. Quanto basta al Premier per salutare quella di Cuperlo come “una scelta seria e coraggiosa. Ha reso evidente il piano di chi ha scelto il No per inseguire obbiettivi che non hanno nulla a che vedere con il merito della riforma”.

Non sapeva, l’ex presidente del partito, che la sua firma avrebbe, senza niente di garantito in cambio, spaccato la minoranza del Pd? Certo che lo sapeva. Se ha firmato ugualmente, è difficile non sospettare, qualche motivo più personale. Lui risponde ricordando a Monica Guerzoni del Corriere che “dai carri comodi” gli è capitato “più di scendere che di salirci” e che comunque lavorerà “per un’alternativa politica e culturale al renzismo”. Auguri.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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