Stronger together?

clinton-hillaryRoma, 29 ottobre 2016 – Stronger together? Lo scandalo delle email di Hillary Clinton e una campagna avvelenata per la Presidenza degli Stati Uniti ci offrono probabilmente l’esempio più clamoroso di una democrazia inquinata, in tutto l’Occidente e non solo, dalla piaga del leaderismo. Storia vecchia, direte, dato che la formula del capo al comando ha radici remote nella società animale – il capo branco –  prima ancora che in quella umana, dal capo tribù alla monarchia assoluta. A me pare, tuttavia, che dopo due secoli di parlamentarismo e di militanza politica nei partiti, la figura del leader stia riconquistando oggi un peso sempre più ingombrante nella società globale mediatizzata, tanto da mettere seriamente in crisi il principio democratico della separazione e dell’equilibrio tra i poteri.

Che le grandi corporazioni economiche e finanziarie preferiscano alla democrazia diffusa e partecipata un potere  concentrato in poche mani si può capire e non è comunque una novità. Il guaio è che l’enorme sviluppo dei media in generale e della comunicazione televisiva in particolare ha consegnato solo a chi ha la possibilità e la capacità di fare un abile  uso dei medesimi anche il controllo degli elettori. Vedremo se Internet, nonostante il dominio che hanno su di essa le più potenti multinazionali del pianeta, riuscirà a porre rimedio a questa involuzione.

Sta di fatto che per ora anche il destino politico della più grande e potente democrazia occidentale si trova nelle mani di chi è in grado di offrire e di raccogliere fondi per una propaganda sempre più raffinata e costosa, che molto spesso esula dalla competenza e dalla preparazione dei candidati. Ecco perché possiamo apprendere dalla stampa di oggi che l’elezione  del Presidente degli Stati Uniti è  affidata paradossalmente alla scelta del meno peggio tra un candidato, Donald Trump, accusato di molestie sessuali e una candidata, il segretario di Stato Hillary Clinton, indagata per l’uso disinvolto e imprudente della corrispondenza privata con la propria assistente, Huma Abedin, coinvolta con il marito nelle indagini per uno scandalo a sfondo sessuale.

In Italia e in Europa le cose non vanno meglio, anzi. I grandi partiti che fino a qualche decennio fa esercitavano un ruolo di rappresentanza e di mediazione tra i cittadini e le istituzioni, oggi sono poco più che comitati elettorali, ridotti a fare da piedistallo a leader che con il loro nome e cognome identificano tutti gli orientamenti politici in competizione. Non solo. Sono battezzati e distinti col loro nome anche i parlamentari e i politici che a loro giurano fedeltà, i più devoti dei quali vengono accolti e valorizzati nel “cerchio magico”. Chi sta fuori è normalmente trascurato dalle cronache salvo raramente  qualche citazione come “outsider”. C’è chi, come Eugenio Scalfari, considera tutto questo come inevitabile tanto da definire l’oligarchia come l’unica forma possibile di democrazia. Come ho spiegato altre volte, non sono d’accordo. Purtroppo sembrano esserlo invece molti colleghi della stampa parlamentare che con il loro linguaggio contribuiscono non poco a questa semplificazione  che sfugge e aiuta a sfuggire alla complessità del reale.

Io credo che l’alternativa ci sia e che si stia fortunatamente affermando tra i giovani. “Il potere nelle mani di pochi è un’idea vecchia di duemila anni” è lo slogan esibito in un flash bob dagli studenti per il No, vestiti da senatori romani in via dei Fori Imperiali. E sempre oggi leggo che alla vigilia delle elezioni politiche anticipate in Islanda, la leader dei Pirati Birgitte Jònsdòttir dichiara: “Dobbiamo ricostruire una democrazia onesta e trasparente con una nuova Costituzione o il potere cadrà in mano ai Trump e alle Le Pen”. Proprio quello che rischiamo in Italia con l’Italicum e la vittoria del Sì al referendum per la riforma costituzionale.

Una democrazia onesta e trasparente è quella che separa la funzione dei partiti da quella delle istituzioni e un leader di partito non può fare anche il capo del governo. Quella in cui il potere proviene dal basso verso l’alto e non viceversa, non solo con una scheda nell’urna ogni cinque anni. Quella che è in grado di accogliere nelle istituzioni del potere locale o centrale il contributo di idee e di proposte che vengono dalle competenze diffuse nel territorio. Idee e proposte ricercate e mediate da partiti, movimenti, associazioni. Era la proposta fatta qualche anno fa al Partito democratico dall’ex ministro per la coesione territoriale del governo Monti, Fabrizio Barca. In molti circoli del partito venne discussa, apprezzata, sperimentata e inoltrata alla direzione del partito. A Matteo Renzi, figuriamoci.

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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