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La casalinga, il referendum e il Premio Nobel

kahneman-danielRoma, 19 ottobre 2016 – Il referendum della “casalinga di Voghera” sarà su Renzi e il suo governo, non sulla riforma costituzionale.  Su questo non ci piove. Ovviamente le casalinghe non c’entrano e tanto meno Voghera, ma a convincere milioni di elettori indecisi non saranno gli argomenti pro o contro i complicati articoli della legge Boschi-Renzi. Sarà invece il giudizio popolare sulla credibilità della leggenda renziana  che racconta un’Italia del Sì che “prova a cambiare” (aggiornamento malinconico dell’Italia che “cambia verso”) e un’Italia del No che vuole fermarla per salvare le poltrone della “casta” e gli affari propri. Del resto questo ha voluto il premier fin dall’inizio.  Se Matteo Renzi e i suoi ministri avessero voluto “spersonalizzare” la campagna referendaria, bastava che ne rimanessero fuori lasciando ai partiti e ai parlamentari la propaganda. Invece, anche dopo avere ammesso ipocritamente l'”errore” su pressione di Napolitano, hanno continuato a fare esattamente il contrario, ripetendo in ogni occasione i medesimi slogan come formule di catechismo. Perfino il Presidente degli Stati Uniti è stato felicemente arruolato in questa campagna.

Ciò detto, siamo proprio sicuri che il voto sul governo anziché sul merito della legge sia imputabile solo ai meno istruiti o ai meno avveduti? Lo psicologo israeliano Daniel Kahneman ha ricevuto nel 2002 il premio Nobel dell’economia per le sue ricerche “in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni di incertezza”. Uno dei suoi libri più fortunati, che consiglio tutti di leggere, è intitolato “Pensieri lenti e veloci” (Mondadori 2012). La premessa di Kahneman, molto diffusa tra gli studiosi, è che qualunque cervello umano (non particolarmente quello della casalinga di Voghera) ha due modalità di pensiero: il sistema 1. che “opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario” e il sistema 2. Che “indirizza l’attenzione verso le attività mentali impegnative che richiedono focalizzazione, come i calcoli complessi. Le operazioni del sistema 2. sono molto spesso associate all’esperienza soggettiva dell’azione, della scelta e della concentrazione”.

Nel capitolo nove del libro, intitolato “Rispondere a un quesito facile”, il premio Nobel formula “una semplice spiegazione per il nostro modo di generare opinioni intuitive su questioni complesse. Se non si trova in fretta una risposta soddisfacente a un quesito difficile, il sistema 1 reperisce un secondo quesito, connesso al primo ma più facile, e risponde a quello“. Per farla breve, e chiedendo agli esperti scusa per la semplificazione, quando un elettore trova difficoltà a verificare attentamente nel testo e non solo nel titolo della riforma (come pretende il premier) se davvero “basta un Sì” per fare andare meglio le cose (domanda bersaglio), il sistema 1. , assai meno pigro, inviterà a rispondere ad un’altro quesito (domanda euristica): mi piace o no cambiare con Renzi l’Italia? E in base alla mia personale esperienza, posso avere fiducia che lo farà?

Fra i sostenitori del Sì, soltanto il professor Stefano Ceccanti con pochissimi altri continua a fare il suo dovere di costituzionalista protestando – come ha fatto ancora ieri a 8 e mezzo con Marco Travaglio – che il referendum non è sul governo ma sul merito della riforma. Ci sono, è vero, i confronti diretti sui giornali e in televisione, ma sono seguiti da una minoranza di cittadini. Gridiamo come Michele Serra”abbasso il referendum”? Ha ragione lui a scrivere, sulla Repubblica di domenica scorsa, che “ci sono materie che competono agli esperti e ai nostri rappresentanti eletti” e che “chiedere alla casalinga di Voghera e al barista di Trani di pronunciarsi sul bicameralismo imperfetto è puro sadismo”? In parte ha ragione, ma non sempre è stato così. Per il divorzio, l’aborto, il finanziamento dei partiti e forse anche per la riforma costituzionale di Berlusconi è stato un voto consapevole. Molto dipende dalla trasparenza e dalla omogeneità del quesito referendario, che in questo caso sono mancate del tutto. I motivi per cui in questo caso si tratta di un quesito truffaldino ho tentato di spiegarli ancor prima che scoppiasse la polemica sull’argomento. Farli valere davanti alla magistratura, come hanno fatto alcune opposizioni e pure il presidente emerito della Corte costituzionale Valerio Onida, non era solamente opportuno ma necessario.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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