Tranquilli, la scissione ci sarà

Roma, 12 ottobre 2016 – Ma insomma, la fate o no questa scissione? E’ quello che i giornalisti con scarsa fantasia insistono a domandare a Speranza, Cuperlo, Gotor e tutti gli altri esponenti della minoranza Pd che capitano a tiro. Hanno resistito alla tentazione di scindersi fino ad oggi, continueranno a resistere fino alla scommessa del 4 dicembre. E se Renzi si gioca tutto, si giocano tutto anche loro, tanto più che i sondaggi vedono ancora in testa la vittoria dei NO. Oltretutto quella potrebbe anche non essere la data definitiva, dopo il ricorso del presidente emerito Onida sul quesito referendario. Rinvio del voto e spacchettamento del quesito non sono ancora da escludere.

“Il Pd è casa mia, per cacciarmi la Pinotti dovrà mandare l’esercito”, ha ripetuto anche ieri Bersani. Ovviamente si tratta di una battuta. Nè la Pinotti né Renzi hanno alcuna convenienza a cacciarlo. “Se non si fidano, votino pure no, poi liberi tutti”, gli risponde infatti il segretario premier. E su questo non ci piove: la scissione ci sarà. Al Congresso e alle elezioni politiche, anche se per la minoranza di sinistra non è ancora deciso a chi andrà la bandiera del Partito democratico. “A Renzi il cuore va a destra, io resto a sinistra”, ha detto ancora Bersani.

Una sola casa per destra e sinistra? Dopo il fallimento del PD, mi sembra poco probabile. Soltanto i Cinquestelle possono permettersela e solo perché ancora all’opposizione. Del resto, lo stesso Bersani ieri ha voluto precisarlo: “Il PD è un veicolo, l’orizzonte è un centrosinistra largo, che guardi anche fuori del partito, coinvolgendo il civismo, le associazioni…il Pd si deve mettere a disposizione di questo progetto con generosità…anche rinunciando ad un nostro candidato premier”. In altre parole, l’Ulivo, come era nell’attesa di milioni di cittadini, e anch’io tra questi, prima che fosse rapinato e trasformato nel Partito di Renzi. E se non sarà questo partito a mettersi a disposizione, ce ne sarà un altro.

“Tempo di oligarchie e di chiarimenti” , titola oggi la seconda replica di Zagrebelsky alle tesi peregrine di Scalfari. “Se avessimo a che fare con una questione solo numerica, Scalfari avrebbe ragione…la questione non è solo quantitativa. Anzi, non riguarda principalmente il numero, ma il chi e il come governa”. Per questo, fin dall’antichità alla parola oligarchia “è collegato un giudizio negativo: gli oligarchi non solo sono pochi, ma sono anche coloro che usano il potere che hanno acquisito per propri fini egoistici, dimenticandosi dei molti” e occultando le proprie azioni e gli interessi particolari che li muovono. “Non solo. Devono esibire una realtà diversa, fittizia, artefatta, costruita con discorsi propagandistici, blandizie, regali, spettacoli. Devono promuovere quelle politiche che oggi chiamiamo populiste”.

Ecco allora che anche le parole come democrazia assumono un significato diverso per chi è al potere e per chi non lo è. “In sintesi, la democrazia è lotta per la democrazia e non sono certo coloro che stanno nella cerchia dei privilegiati quelli che la conducono. Essi, anzi, sono gli antagonisti di quanti della democrazia hanno bisogno, cioè gli antagonisti degli esclusi che reclamano il diritto di essere ammessi a partecipare alle decisioni politiche, il diritto di contare almeno qualcosa”. E le costituzioni democratiche – conclude Zagrebelsky riconducendo il discorso al dibattito politico di questi giorni – “sono quelle aperte a questo genere di conflitto, quelle che lo prevedono come humus della vita civile e lo regolano, riconoscendo diritti e apprestando procedimenti utili per indirizzarlo verso esiti costruttivi e per evitare quelli distruttivi”. E’ questo terreno della vita civile che questa riforma costituzionale inaridisce. Per questo votiamo NO.

 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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