Scalfari, Zagrebelsky e l’oligarchia

scalfari-eugenioRoma, 3 ottobre 2016 – Dall’uso sciagurato del linguaggio sportivo in politica non si salva quasi nessuno, neppure il 93enne Eugenio Scalfari. “Zagrebelsky è un amico ma il match con Renzi l’ha perduto”, titolava ieri l’editoriale di Repubblica. E nel testo si precisava il punteggio: “si è concluso con un 2-0 in favore di “Renzi”. Due errori, il primo dei quali “riguarda proprio la contrapposizione tra oligarchia e democrazia: l’oligarchia è la sola forma di democrazia, altre non ce ne sono salvo la cosiddetta democrazia diretta, quella che si esprime attraverso il referendum….”. E via semplificando, secondo lo stile del tempo. “L’oligarchia è la classe dirigente, a tutti i livelli e in tutte le epoche. E se vogliamo cominciare dall’epoca più lontana il primo incontro lo facciamo con Platone che voleva al vertice della politica i filosofi…”.

Poiché mi ricordavo di avere appreso al liceo qualcosa di diverso ho voluto dare un’occhiata al dizionario di storia della Treccani, dove infatti si legge: “Il termine o. (che in greco significa «governo dei pochi») ha tanto in Platone quanto in Aristotele una connotazione negativa: il primo, nella Repubblica (550 c), definisce l’o. «una costituzione fondata sul censo […], in cui i ricchi governano, mentre il povero non può partecipare al potere»; il secondo, nella Politica (1290 b), afferma che si ha o. «quando governano i ricchi» nel loro esclusivo interesse, e colloca l’o. nelle forme degenerate di governo (contrapponendola all’aristocrazia, che è il governo dei migliori). Altri scrittori greci parlano dell’o. in modo spregiativo: così Isocrate dice che «dalla maggioranza dei discorsi da me pronunciati risulterà che io biasimo le oligarchie e i regimi basati sulla soperchieria, mentre approvo quelli basati sull’eguaglianza e sulla democrazia» (Areopagitico, 60).

Ma a conclusione di una lunga anamnesi del significato di quella parola nei secoli, il fondatore di Repubblica arriva al nostro passato prossimo, e cioè alla democrazia cristiana e al partito comunista. “L’oligarchia – scrive – era la classe dirigente di quel partito (la DC, ndr), i cosiddetti cavalli di razza: Fanfani, La Pira, Dossetti, Segni, Colombo, Moro, Andreotti, Scelba, Forlani e poi De Mita…”, mentre al vertice della classe dirigente del PCI “c’erano Amendola, Ingrao, Pajetta, Scoccimarro, Reichlin…”. “Caro Zagrebelsky, sentenzia Scalfari, oligarchia e democrazia sono la stessa cosa e ti sbagli quando dici che non ti piace Renzi perché è oligarchico. Magari lo fosse ma ancora non lo è. Sta ancora nel cerchio magico dei suoi più stretti collaboratori…”.

Parole, si dirà, ma le parole sono importanti, soprattutto quando si fanno le pulci a  personalità come l’ex presidente della Corte Costituzionale, che sull’uso delle parole in politica ha scritto un libro. Se fosse andato a sfogliare gli archivi del suo giornale, Scalfari avrebbe notato che l’ amico Zagrebelsky gli aveva già risposto undici anni prima, il 5 marzo 2005, con un editoriale intitolato “la democrazia contro le oligarchie”. “L’ oligarchia non è però l’ élite” scriveva il professore giurista, e poi di seguito: “L’ oligarchia – si potrebbe dire così – è l’ élite che si fa corpo separato ed espropria i grandi numeri a proprio vantaggio. Trasforma la res publica, in res privatae. Poiché, poi, questa è una patente contraddizione rispetto ai principi della democrazia, occorre che queste oligarchie siano occulte e che esse, a loro volta, occultino il loro occultamento per mezzo del massimo di esibizioni pubbliche. La democrazia allora si dimostra così il regime dell’ illusione. Il più benigno dei regimi politici, in apparenza, è il più maligno, in realtà”. Nel marzo del 2005 il riferimento implicito non poteva essere che al governo dell’epoca, e oggi?

Opinioni, si dirà. E quella di Zagrebelsky evidentemente non basta a dissuadere Scalfari dalla sua convinzione. Vediamo allora se è vero che non esistono alternative all’oligarchia se non la democrazia diretta, come lui sostiene. Chiamando a testimone il più illustre filosofo del diritto del novecento, il grande Norberto Bobbio, che probabilmente lo stesso Scalfari considera tra i suoi maestri. In una pagina de “Il futuro della democrazia”, leggo: “Ciò cui assistiamo oggi non è la trasformazione della democrazia da rappresentativa a diretta, bensì l’allargamento della democrazia politica e rappresentativa, relativa allo stato, agli spazi della società. Ci si è accorti dunque che la democratizzazione dello stato deve essere affiancata alla democratizzazione della società e dei suoi spazi di potere e di organizzazione. … La democrazia moderna nasce da questa doppia tensione, come potere democratico e policratico insieme. Il difetto della democrazia rappresentativa è corretto dalla presenza di una pluralità di oligarchie concorrenti, quali i partiti. Il pluralismo inoltre rende evidente un carattere centrale della democrazia moderna: la libertà del dissenso, considerato fecondo e non distruttivo del regime democratico. Soltanto dove il dissenso è libero di manifestarsi, il consenso è reale e il regime è effettivamente democratico. Un allargamento della democrazia politica a quella sociale passa dunque per un pluralismo che renda possibile il dissenso e una maggiore distribuzione del potere“.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

2 pensieri riguardo “Scalfari, Zagrebelsky e l’oligarchia

  1. Spot elettorali contro ragionamenti. E in Tv gli spot vincono sempre perche i ragionamenti annoiano. Gli spot colpiscono i distratti, i quali non percepiscono i ragionamenti che richiedono applicazione. Per questo ha ragione Scalfari, Renzi ha vinto 2 a 0. Chi ha perso sono stati i telespettatori che non hanno potuto o voluto valutare i ragionamenti del professore.

    1. Hai ragione, Raul, ma che i ragionamenti annoino è una grave sconfitta del nostro sistema educativo e mediatico, non soltanto italiano ovviamente, ma da noi forse più debole che altrove. Dovremmo rifletterci anche noi giornalisti.

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