Il mito della vecchia frontiera

barriere-migrantiRoma, 26 settembre 2016Gli italiani rivogliono le frontiere. Parola (documentata) di Ilvo Diamanti, sulla base di un rapporto dell’Osservatorio sulla sicurezza dei cittadini. Solo il 15% degli italiani (del campione intervistato da Demos) pensa che il trattato di Schengen vada mantenuto, mentre il 48% ritiene che occorre sorvegliare sempre le frontiere e un terzo che lo si debba comunque fare in alcune circostanze particolari. Rivuole i controlli la maggioranza di quelli che votano per il centro destra e la metà degli elettori cinquestelle, ma anche il 40 per cento di chi vota per il centro-sinistra. Se consideriamo che la percentuale cala decisamente fra i giovani e gli studenti e che l’elettorato di centro-sinistra va ormai scomparendo dalle periferie, mi pare probabile che in questa nostalgia delle frontiere c’entrino qualcosa il tenore di vita e il grado di istruzione, oltre che l’età. D’altra parte, se il disagio dei controlli al confine è avvertito soprattutto se non esclusivamente da chi si reca all’estero per diporto o trasferte professionali, a temere l’arrivo e la presenza di stranieri sono, a ragione o a torto, soprattutto i lavoratori e le famiglie del ceto medio basso. E i disoccupati, naturalmente.

Quel che è certo è che il sogno della “nuova frontiera”, nel tempo e nello spazio, che animava le speranze di noi giovani degli anni sessanta, nel tempo dei Kennedy, di Krusciov e Papa Giovanni, come pure l’Europa federale immaginata da Altiero Spinelli, Monnet, Schuman e Adenauer, non fanno più parte dell’orizzonte comune. E quanto più si fanno sentire le conseguenze di una globalizzazione socialmente e politicamente abortita quanto finanziariamente perversa, tanto più si diffonde la voglia di erigere muri e barriere. Il mito della vecchia frontiera. Allora avevamo la guerra fredda ma anche qualche utopia, ideologica o religiosa, che incoraggiava gli  uomini a una solidarietà operante. Oggi non solo non abbiamo più utopie, ma con l’acqua del socialismo abbiamo gettato anche il bambino della fraternità. E abbiamo la guerra mondiale, calda e “a pezzi” come l’ha definita Papa Francesco.  Dalla quale tentano di salvarsi milioni di sopravvissuti alla fame e alle stragi fuggendo in quello che i media hanno presentato loro come il paradiso in terra. Sanno bene, ormai, che troveranno alla sua porta la spada fiammeggiante dell’angelo ma pensano di non avere alternative. Né queste vengono concretamente offerte – comunque non in misura adeguata – dagli attuali abitanti del presunto paradiso, nonostante tante vane  dichiarazioni di buona volontà  per aiutarli “a casa loro”.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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