Altan, Zagrebelsky e l’ambiguità del linguaggio politico

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“E la Siria babbo?…uh, te la raccomando quella!”Ecco una vignetta di Altan che, come tante altre, vale più di un editoriale, perché con una sola battuta esprime tutta la saccente mediocrità e la colpevole indifferenza del provincialismo, non solo italico, rispetto a ciò che si svolge al di fuori dei propri confini. Così almeno l’ho intesa io. Del resto, sempre sulla Repubblica di oggi 24 settembre, un bell’editoriale di Gustavo Zagrebelsky ci spiega “la insostenibile ambiguità delle parole che usa la politica”. E non solo la politica, ma anche l’informazione che la racconta, per cui il padre che legge il giornale in poltrona potrete trovate qualche attenuante proprio in quella lettura.

Zagrebelsky attribuisce questa “insostenibile ambiguità” alla diversità non solo dei punti di vista ma della condizione umana, quella dei ricchi (divites) e quella dei diseredati (inanes).  ” I diritti umani – scrive – sono una realtà per chi sta sopra e il contrario per chi sta sotto. Lo stesso per la dignità. Per chi sta sopra, le rivendicazioni di chi sta sotto e chiede di emergere all’onor del mondo sono attentati allo standard di vita “dignitoso” di chi sta sopra. Quando si chiede lo sgombero dei migranti che intasano le stazioni, dormono nei parchi pubblici e puzzano, non si dice forse che danno uno spettacolo non dignitoso? Ma dignità secondo chi? Non secondo i migranti, che della dignità non sanno che farsene, ma secondo noi che li guardiamo. Ci sono parole dunque che non valgono nello stesso modo per i divites e gli inanes…”.

Più oltre Zagrebelsky conclude: “Si comprende allora una verità tanto banale quanto ignorata, nei discorsi politici e dei politici. Se si trascura il punto di vista da cui si guardano i problemi di cui ci siamo occupati e di parla genericamente di libertà, diritti, dignità, uguaglianza, giustizia, ecc. si producono parole vuote che producono false coscienze, finiscono per abbellire le pretese dei più forti e vanificano il significato che avrebbero sulla bocca dei più deboli”.

Leggetelo per intero quell’editoriale e anche la risposta data nella vignetta di Altan vi parrà meno sorprendente e inverosimile (nandocan)

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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