Missione sanitaria ma molto militare in Libia, dubbi e timori

“L’obiettivo di fornire un supporto sanitario all’ospedale di Misurata per curare i feriti di guerra poteva essere perseguito a più basso profilo e con minore esposizione al rischio bellico e terroristico mobilitando strutture sanitarie private o appartenenti a organizzazioni non governative e assicurando i compiti di protezione a compagnie di sicurezza privata (security contractors)”. Così ha scritto sul sito “Analisidifesa.it” il direttore Gianandrea Gaiani. Difficile credere che solo per aver cambiato il nome della missione da “Lampo di Ulisse” a “Operazione Ippocrate” si riesca a convincere gli italiani e soprattutto i libici del carattere pacifico e umanitario della nostra missione approvata ieri da un parlamento “distratto”, come scrive Remondino, il quale, come Gaiani, ci aiuta a cercare di “capirci qualcosa in più rispetto a quanto ci viene detto ufficialmente” (nandocan)

Remondino Ennio***di Ennio Remondino,14 settembre 2016 – Dopo le ‘guerre umanitarie’ altro ossimoro dell’inganno: missione «sanitario-militare», così la chiamano di fronte al parlamento italiano distratto i ministri nell’illustrare l’avventura italiana in Libia. Missione sanitaria con copertura militare o missione militare con copertura sanitaria? Pensar male spesso aiuta la verità.
Sappiamo di 60 sanitari tra medici e personale infermieristico con 135 uomini a supporto logistico e 100 parà della Folgore, più i droni e i cacciabombadieri della base di Trapani, più la portaerei Garibaldi. Molto simile ad un intervento di terra nella guerra civile libica, e anche molto pericoloso, a quanto pare.

Angelo Del Boca, storico del colonialismo italiano, esperto di Libia e di Africa e autore tra l’altro di una biografia di Gheddafi, non ha dubbi. «È il primo intervento di terra nella guerra civile libica» dice a Francesco Di Tommaso, per il Manifesto.
«Direi che siamo in guerra e stavolta con i soldati sul terreno, non si tratta più solo di raid dall’alto dei cieli. E un intervento sanitario dovrebbe essere caratterizzato da una presenza militare più che ridimensionata, assolutamente diversa e di supporto. Qui è proprio il contrario: i militari appaiono predominanti. In genere si comincia così, poi si aggiungono sempre altri soldati».

Lettura prevenuta da parte dello storico? In attesa di improbabili chiarimenti da parte dei ministri, lasciamo il dubbio in sospeso, inseguendo altre preoccupanti certezze, fatti.
In Libia è sempre più caos e guerra civile.
La battaglia di Sirte non sta andando come si immaginava.
Da più di un mese la città è data per caduta e nelle mani delle truppe fedeli a Tripoli, mentre invece le milizie dello Stato islamico non cedono.
Intanto, il nemico del governo amico dell’Italia, il generale Haftar, si prende i terminal del golfo della Sirte e metà del petrolio libico e lancia segnali a Roma. Vedremo dopo.

Da agosto è cominciata una nuova fase della guerra ma pochi lo raccontano.
In appoggio a Serraj sono intervenuti prima gli Stati Uniti con bombardamenti aerei che dovevano durare solo un mese. Siamo al bis, secondo mese e forse non basterà, perché Isis ancora resiste nella città fortificata voluta da Gheddafi.
Ora, l’intervento di terra, questa la realtà di fatto, della missione italiana «sanitario-militare» nella Libia che si sta avviando ad una nuova guerra civile.
E Misurata, dove arrivano centinaia di feriti, morti e vittime dei combattimenti, è sempre più in prima linea, con l’ospedale italiano e suoi numerosi protettori armati attorno.

Sembra essere iniziata la concreta spartizione della Libia. Gli italiani con gli americani e la bandiera Onu, per quel che conta, con Tripoli e il governo nudo di Al-Serraj, parlamento, senza consenso popolare, senza esercito (ha in prestito le milizie di Misurata), senza soldi (con Haftar che si è preso il petrolio). Dall’altra parte del caos Libia, in Cirenaica, , con il generale Khalifa Haftar, il leader militare del governo di Tobruk (quello che ha un parlamento), troviamo la Francia, che ha mire sulla Cirenaica e sul Fezzan collegato alle crisi africane di Mali, Ciad e Niger, e troviamo l’Egitto di Al Sisi.
Gran pasticcio e ora, rischi a salire.

Intanto, proprio da Tobruk ed Haftar, messaggi all’Italia. Amicizia richiesta, che diventerà inimicizia dichiarata se non accolta. E siamo da subito nei pasticci.
Ali al-Qatrani, uomo d’affari, membro effettivo del governo di Tobruk e responsabile del comitato degli investimenti, in sostanza il ministro dell’Economia.
«È stata inviata una nota ufficiale al governo italiano, ma finora non abbiamo ricevuto una risposta chiara. Nella lettera chiediamo di discutere meglio l’accordo politico e le relazioni tra Libia e Italia. Siamo sorpresi dallo strano silenzio di un Paese amico».

Non solo petrolio. «Abbiamo sempre appoggiato ogni sforzo per frenare l’immigrazione verso l’Italia. E siamo più sinceri di altri in Libia nel tentativo di bloccare il fenomeno. Ma le autorità italiane e la Ue non citano mai il coordinamento e gli sforzi delle istituzioni della Libia orientale».
«Poi vediamo il presidente di un Paese membro della Nato come la Turchia affermare che ‘se non ci date i soldi, apriremo i confini». Ragionamento e messaggio preciso e chiaro.
«Bisogna agire in fretta perché ci sono 250mila fra siriani, iracheni e individui e di altre nazionalità che hanno raggiunto il Sudan e tra loro ci sono estremisti». E chi vuole intendere in tenda.

Messaggio finale affidato a Quotidiano Nazionale Resto del Carlino: «È stata una giornata difficile quando ho visto bruciare la bandiera tricolore, ma da ciò che vedo la diplomazia italiana non va nella direzione giusta, perché guarda la Libia con un solo occhio. Non va bene per un paese che ha interessi strategici come l’Italia.
Desideravo vedere un ospedale da campo a Bengasi al posto della bandiera che bruciava per curare i nostri figli che sacrificano la vita per proteggere le coste del Mediterraneo che ci unisce.
“L’Italia non sta con tutti i libici, mentre altri Paesi geograficamente lontani sono più vicini ai nostri cuori. Un consiglio. Dico all’Italia di tenersi lontana da inutili alleanze che non funzionano nel caso della Libia». E non serve il commissario Montalbano per scoprire i significati nascosti.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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