I giochi, un sogno con troppi rischi

Tra le scelte politiche che vengono decise e propagandate senza un’attenta riflessione e una pacata discussione sul merito non c’è soltanto il referendum sulla riforma costituzionale. Anche quella di ospitare a Roma le Olimpiadi del 2024 sta diventando oggetto di scontro politico a base di slogan superficiali, che quasi sempre sfuggono al quesito principale. Che cosa ci guadagnano Roma e i romani schierandosi da una parte o dall’altra in una decisione così impegnativa? Perché non mi pare affatto da escludere che il sogno di apparire tra otto anni, per qualche settimana, sugli schermi televisivi di tutto il mondo possa trasformarsi in un incubo, da aggiungere ai tanti che già oggi tolgono il sonno a cittadini e amministratori. Ecco quindi che può servire una breve ma rigorosa analisi come quella proposta da Ettore Livini sulla Repubblica. Tanto più che il collega affronta la questione nei suoi termini più generali, badando a incontestabili dati di fatto e all’esperienza pregressa.  Se volessimo aggiungervi il carico delle penose condizioni attuali della capitale, degli interessi più o meno leciti, più o meno mafiosi, inevitabilmente coinvolti, dei costi e dei sacrifici che comporterebbero i lavori di adattamento edilizio, viario ed urbanistico per gli abitanti, immagino che qualche dubbio potrebbe venire in mente perfino ai renziani (nandocan).

olimpiadi-2024

***di Ettore Livini, 9 settembre 2016 – Il fascino antico delle Olimpiadi, però, non è più quello di una volta. Tutti, sulla carta, le vogliono. Pochi, però, sono disposti a prendersele davvero. Il “no” alle Olimpiadi della giunta di Virginia Raggi — per dire — ha il sapore per il Cio di un amaro déjà vu. La gara per ospitare i Cinque cerchi — una volta una sfida affollatissima e dove ogni colpo era lecito per vincere — è diventata ormai una corsa ad eliminazione. Troppo alti — e con cronica tendenza alla lievitazione — i costi. Poco chiare le ricadute su occupazione, infrastrutture ed economia locale. Anche se Roma, forse, aveva l’occasione unica di ripensare una città orfana da tempo di progettualità urbanistica. Morale: i tanti aspiranti organizzatori dei Giochi della prima ora si perdono per strada a tempo record. E la selezione finale si è ridotta sempre più spesso a un confronto tra pochi intimi.

La defezione della capitale italiana porta a sei le candidature sfumate per il 2024. Quella di Amburgo è stata silurata in un referendum popolare (51,6% i no) malgrado persino il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble avesse dato disco verde. Boston si è fatta da parte dopo aver dato un’occhiata più approfondita a costi e sondaggi tra i suoi cittadini. Madrid, San Diego e Dubai hanno alzato bandiera bianca e in gara restano Parigi, Budapest e Los Angeles.

Peggio ancora è andata alle Olimpiadi invernali del 2022: ai nastri di partenza si sono presentati in otto. Ma in un battito di ciglia le sei proposte europee si sono sciolte come neve al sole: Cracovia, Monaco e l’abbinata elvetica Sankt Moritz-Davos sono state affossate da altrettanti referendum popolari. Stoccolma e Oslo si sono defilate per non spendere miliardi che potevano essere utilizzati meglio su altre priorità. Lviv, in Ucraina, si è fatta da parte causa guerra. Il Comitato olimpico così si è trovato a dover scegliere tra due proposte: Pechino, quella vincente malgrado disti due ore dal primo impianto di sci, e Almaty.

L’appeal delle Olimpiadi, ovviamente, non si discute. Oltre 3,5 miliardi di persone, mezzo mondo, hanno acceso la tv per vedere i Giochi di Rio. Il motivo per cui sempre meno città le vogliono è più prosaico: i soldi. Organizzarle è un’impresa costosa e in perdita. L’ultima edizione chiusa in attivo è quella di Los Angeles. Che non avendo avversari dopo i flop di Montreal e Mosca, non era stata costretta a promettere mari e monti all’atto della candidatura. Londra è costata circa 10 miliardi di euro. Rio De Janeiro 4,6 che salgono a oltre 10 mettendo insieme tutti i lavori pubblici dello Stato. E tutte e due hanno chiuso il bilancio in pesante passivo, con l’edizione carioca salvata in zona Cesarini da un’iniezione di soldi pubblici. Le spese messe nero su bianco prima delle gare, oltretutto, non sono mai state rispettate. I costi reali delle Olimpiadi — calcola uno studio dell’Università di Oxford — sono stati in media superiori del 156% rispetto a quelli previsti dal budget. Montreal li ha “bucati” del 720% e ci ha messo 30 anni per pagare il conto. Barcellona (+226%) almeno ha lasciato alla città un volto nuovo di zecca. L’eredità di quelle di Atene invece sono state un buco in bilancio che qualche anno dopo ha contribuito a portare la Grecia al crac. A Nagano l’organizzazione ha bruciato nell’inceneritore i 90 faldoni con i conti dei Giochi per non svelare i favori milionari fatti al Cio per aggiudicarseli.

Diritti tv, sponsor, marketing e biglietti non bastano assolutamente a coprire le uscite. Londra — pur catalogata come manifestazione di successo — ha incassato 3 miliardi contro i 10 pagati per metterla in piedi. E il lascito in termini di occupazione ed economico sulla città, conferma l’Università di Oxford, è stato ridotto nel tempo e nelle dimensioni. Nessuno, naturalmente, può mettere in discussione ex ante la buona fede, la capacità, e i progetti del Comitato Roma 2024. Ma riuscire dove ha fallito la Gran Bretagna non sarebbe stato in ogni caso facile per nessuno. Lo sa anche il Cio, impegnato in un esame di coscienza per studiare la formula per organizzare Giochi meno costosi, anche se proprio la scarsa trasparenza dei suoi conti resta uno dei motivi per cui molte nazioni sono restie a giocare la carta olimpica. Negli ultimi mesi ha preso quota una soluzione provocatoria: dare in pianta stabile i Giochi ad Atene e alla Grecia, nel rispetto della tradizione. Ma con i soldi e gli interessi in ballo, più che un sogno, pare un’utopia.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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