Mezze bugie e mezze verità. Sui giornali del 6 settembre

Anche loro come gli altri, peggio degli altri. Falsi, meschini, mentitori, corrotti.  Subito le dimissioni e torniamo a votare. Pare strano che a stracciarsi le vesti per qualche deplorevole reticenza o bugia dei maggiorenti Cinquestelle siano proprio quelli che fino dall’esordio del movimento li hanno sempre bollati come inadeguati e ipocriti. Con questo non voglio dire che il  balletto ai vertici del movimento romano sia stato uno spettacolo edificante. Ma la necessità di assicurarsi personalità esperte e affidabili per un compito gigantesco come il governo della capitale può averli indotti a trascurare il  dovere di trasparenza verso i cittadini e a sottovalutarne l’indubbia gravità, specie dopo la severità manifestata in questi anni di opposizione. Ciò detto, mi aspetto che Paola Muraro lasci ad altri non meno competenti di lei l’assessorato all’ambiente e che la sindaca Virginia Raggi si affretti a dimostrare, se ne è capace, la “diversità” dell’amministrazione da lei guidata, senza inacidirsi troppo per l’ostilità che fatalmente la circonda. A proposito della quale, il polverone mediatico sollevato in questi giorni a me è sembrato piuttosto sproporzionato rispetto agli avvenimenti e tale da lasciare dubbi sull’imparzialità di cronisti e commentatori, specialmente in tv (nandocan)

***di Corradino Mineo, 6 settembre 2016 – Indifendibile. “Le regole del M5S sono semplici. L’assessore mi ha garantito che non le è arrivato neanche un avviso di garanzia. Prima di giudicare vogliamo vedere le carte”: Virginia Raggi sul Corriere di ieri, 5 settembre. Si apprende invece che “l’assessore” sapeva di essere indagata dal 18 luglio, data in cui aveva chiesto al Pm delucidazioni in merito. E che qualche giornio dopo aveva informato la Raggi. La sindaca ha, dunque, mentito al Corriere? Tecnicamente forse no: può infatti sostenere che effettivamente l’avviso non era “arrivato” ma era stato solo “comunicato” alla Muraro su sua richiesta. Sono trucchi da azzeccagarbugli. Forse buoni e in tribunale per schivare un’accusa di falsa testimonianza, ma che in politica testimoniano di una condotta opaca, poco trasparente, loffia. Ha perfettamente ragione Repubblica quando titola: “Dalla trasparenza alla grande bugia”. Virginia Raggi è venuta meno al primo dovere di un sindaco: informare correttamente i cittadini elettori.
Acqua in bocca, titola il manifesto. E sotto pubblica una foto di Virginia che sussurra qualcosa alla Muraro in consiglio coprendosi la bocca perché non si colga il labiale. Acqua in bocca anche nei confronti di direttorio e mini direttorio, di Grillo e Di Maio, del Movimento che fino a ieri vantava la più assoluta trasparenza? “I 5 Stelle sapevano”, titola il Corriere, virgolettando la frase e attribuendola all’assessore all’ambiente. Il Corriere pubblica invece un botta e risposta che riguarda il sindaco e si è svolto ieri pomeriggio in commissione ecomafie: “Ha informato i vertici del Movimento?», è stata la domanda della deputata pd Miriam Cominelli. «Sì, certo», ha risposto la sindaca. E invece, Carlo Sibilia, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco dicono che nessuno aveva detto loro nulla”. Mente la Raggi o mente Di Maio? Più tardi pare che la sindaca abbia corretto la sua versione, dicendo di aver informato non tutti i componenti del direttorio ma solo Paola Taverna. I giornali scrivono però di una cena, il 2 agosto, tra la neo sindaca e il Direttorio. Una cena che doveva discutere proprio del caso Muraro. La Raggi, che ormai certamente sapeva, disse dell’avviso di garanzia oppure tacque? Ingannò i commensali, schivando le domande sul quel punto, oppure l’una e gli altri si misero d’accordo per sostenere all’esterno una posizione di comodo? Comunque la pensiate, il mito della trasparenza a 5 Stelle è a pezzi. Le “regole” hanno fatto acqua appena la barca ha preso il mare. Emerge, invece, un contrapporsi di gruppi e cordate. Tutti a “consigliare” la sindaca di Roma. Ma da una parte chi voleva Minenna e Raineri,indipendenti di rito milanese, e dall’altra gli amici di Marra e Romeo, il primo già collaboratore di Alemanno e di Mauro Masi (Rai), il secondo, già dipendente del Campidoglio posto in aspettativa e nominato capo della segreteria con lo stipendio che da 38mila euro passa a 120mila. In mezzo Virginia Raggi, la Muraro indagata e troppe mezze verità.

Se vince il No, addio al partito della nazione. Ieri al cinema Farnese Massimo D’Alema ha dato la “carica al fronte del No”: così scrive il Corriere. Lo ha fatto promettendo di voler mantenere la tessera del Pd e promettendo di non voler tornare a far politica in posizione preminente. Ha denunciato i pasticci di Renzi, D’Alema. Dalla data del voto referendario ancora incerta -potrebbe slittare a dicembre-, all’Italicum che resta in campo anche se quasi tutti affermano che si dovrebbe cambiare. Quando? Dopo! Dopo che Renzi avrà usato l’argomento della “stabilità”, dell’Europa che sarebbero cavoli amari se non ci fosse più lui, della ripresa che è ancora deludente ma che ci vuole tempo perché le riforme funzionino. Prima cercherà di insaccare la finanziaria con bonus e sgravi elettorali. Poca cosa, purtroppo, perché come l’Istat avverte: “La crescita si è interrotta. E la manovra finanziaria pe il 2017 si complica”. Titolo del Corriere. Ma tutto fa brodo, pur di scongiurare una sconfitta. Come molti di noi, anche D’Alema denuncia questo stato dei fatti: “il mostriciattolo” che è la riforma Boschi, l’introduzione di un “presidenzialismo di fatto”, la stura a un “bipolarismo confuso”, l’Italicum che altro non è se non una “manutenzione del Porcellum”. Ma in più D’Alema prova adire che con la vittoria del No finirebbe il partito della nazione e forse il Pd potrebbe ritrovare un ruolo nel centro-sinistra. Spiega che con un ampio accordo parlamentare – se ne vedono le premesse- la costituzione potrebbe essere cambiata presto e bene. Che le forze politiche tornerebbero a dialogare rendendo il paese, per paradosso, più stabile. Nei prossimi mesi toccherà a Civati, toccherà a D’Attorre, a Tocci e anche a me, rispondere alla sfida lanciata ieri da D’Alema. Provare a trasformare i No in una proposta politica, convincere gli Italiani che con la sconfitta di Renzi non verrà il diluvio, ma forse un nuovo inizio. Per una sinistra non più casta subalterna ai dogmi del neo liberismo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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