In tram a Trieste (video 8′)

In tram a TriesteEsiste Trieste prima che qualcuno la veda? Si chiedeva l’autrice di uno dei pochi libri sulla città che ho letto prima di questa visita. Come altre terre di confine, la città si presta facilmente a uno sguardo poliedrico e letterario e non a caso scrittori famosi di ieri, come James Joice, Italo Svevo, Umberto Saba, o anche di oggi come Claudio Magris, hanno scelto di viverci e ambientarvi saggi e romanzi. Austriaca almeno quanto italiana, deve tutta la sua fortuna agli Asburgo, che vollero fare di questo antico borgo marinaro il porto dell’impero.
In questo breve video ho tentato un approccio non convenzionale. Anziché farvi arrivare dal mare o dalla stazione ferroviaria , ho pensato di farvi scendere in tram giù dal Carso, dove un secolo fa, insieme a tanti altri italiani arrivati per la più sanguinosa delle guerre, anche tanti triestini ragionavano di una « Trieste libera ». Certo non per sostituire un Asburgo con un Savoia. Tanto meno con quel Benito Mussolini che pochi anni dopo li invitava ad iscriversi al PNF, sigla che con un po’ di nostalgia leggevano « Povero Nostro Franz », omaggio ironico all’ultimo imperatore d’Austria Francesco Giuseppe.
Dal Carso, dunque, scendeva e scende tuttora un tram molto particolare, quello della linea « 2 » che, trainato da una funicolare, dai 328 metri di altezza di Opicina porta al centro cittadino e viceversa. Deliziosamente blu e coi sedili di legno.
Dallo splendido borgo teresiano e da piazza della Borsa, lo sguardo della videocamera risale nel tempo al teatro romano e al castello di San Giusto, sostando nella penombra romanica della cattedrale. E dopo una colazione al Caffè San Marco in compagnia di un bel libro, passeggiata al castello di Miramare, celebre per l’amore infelice di Massimiliano e Carlotta. Con un tramonto indimenticabile sul molo « Audace » e sugli splendidi palazzi illuminati dal sole che circondano Piazza Unità d’Italia si conclude in meno di nove minuti la nostra visita. Alle luci dei lampioni che si riflettono sul Canal Grande, salutiamo con voi la « mascotte » della città, Gioannin.
Gli inserti musicali sono tratti dai seguenti brani scaricati da iTunes:
« La strada ferata » di Marco Macchi & nuovo coro Montasio
« Sangue viennese » di Karin Schmidt, vol.I delle « Canzoni di ieri » a cura di Paolo Limiti
« Da pacem Domine » dalla Schola Gregoriana mediolanensis & Giovanni Vianin
« Adagio » da Amore e Morte, Maximilian Geller Quintet

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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