Amnesty: rapporto choc sulle violenze contro migranti e rifugiati in Libia

In un rapporto pubblicato stamani, Amnesty International ha raccolto altre orribili testimonianze di violenza sessuale, uccisioni, torture e persecuzione religiosa, che migranti e rifugiati subiscono affidandosi ai trafficanti nel percorso verso la Libia e all’interno di questo Paese. L’organizzazione per i diritti umani ha parlato con una novantina di loro nei centri d’accoglienza della Puglia e della Sicilia. “Ci hanno raccontato, con particolari agghiaccianti, l’orrore che sono stati costretti a subire in Libia: rapimenti, detenzione in carceri sotterranee per mesi, violenza sessuale, pestaggi, sfruttamento, uccisioni”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “La loro testimonianza fornisce un quadro terrificante di ciò da cui chi arriva in Europa ha cercato disperatamente di fuggire”. In Libia si trovano attualmente, secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, oltre 264mila migranti e rifugiati, per lo più provenienti dall’Africa sub-sahariana, in fuga da guerre, persecuzione e povertà estrema e spesso in cerca di salvezza in Europa. Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, circa 37.500 sono i rifugiati e i richiedenti asilo registrati, la metà dei quali siriani. A poche miglia di distanza, la nostra “civiltà cristiana e occidentale” non sa che fare, divisa tra la pietà e la paura. Massimo Marnetto commenta il recupero del peschereccio affondato il 18 aprile 2015, un naufragio che costò la vita a 700 migranti. Oggi, a circa 20 miglia dalle coste libiche, l’equipaggio della nave Diciotti ha trovato un gommone semiaffondato e molte persone in acqua, tra cui dieci donne ormai senza vita. Sono stati salvati 107 migranti, ma si cercano dispersi. Il mare era a forza 3, il vento era a 30 nodi e le onde alte due metri. (nandocan).

***DISTURBI ETICI , Massimo Marnetto, 1 luglio 2016 – Il barcone della morte riemerge dagli abissi, con il suo carico di cadaveri di migranti.

Una fossa comune di legno dove avevamo rimesso e rimosso il nostro conflitto nell’essere divisi tra la pietà e la paura, l’accoglienza e l’invasione.
Il recupero del peschereccio è – in questo senso – un evento traumatico, ma necessario. Non solo per i suoi fini umanitari, ma per il suo valore “freudiano” nei confronti di tutto il Paese, lacerato da evidenti disturbi etici.

Vorremmo essere “buoni”, ma ci dicono che non possiamo permettercelo. Amiamo il Papa, ma solo se fa il papa. Cioè se offre conforto vago, ma non se richiama a responsabilità precise.

Il barcone ora è riemerso. Dobbiamo aprirlo, anche se sappiamo cosa contiene. Lì dentro c’è l’origine della nostra nevrosi. Di un Occidente che pensava di essere migliore perché ha fondato la propria etica sul rispetto dell’uomo come valore universale. E scopre invece che non sa che fare verso chi chiede aiuto, perché ha paura del dolore straniero.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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