Palestinesi in battaglia contro Isis, ma Israele ci cova

Forze palestinesi (sunnite) per la prima volta in battaglia in Siria assieme alle milizie di Hezbollah (sciite) contro le brigate del “Califfo” (sunnite). Risultato, scrive Orteca su RemoContro, dell’avvicinamento tra Putin e Netanyahu. Putin avrebbe garantito di far cessare attacchi terroristici palestinesi addestrati da istruttori siro-iraniani. Attendibile o meno che sia l’interpretazione di Orteca, resta il quadro, tutt’altro che nuovo, di burattini che si agitano e picchiano sulla scena e di burattinai che li manovrano preferibilmente dall’alto. La domanda è: se Putin, Obama e Israele (e aggiungo Iran e Arabia Saudita) tagliassero i fili, insieme con i bombardamenti e gli aiuti militari, i burattini risolverebbero più facilmente i problemi tra loro? (nandocan)

*** di Piero Orteca, 21 giugno 2016 – Putin, Obama, Istraele,Gli scenari bellici in Siria (e Irak) cambiano tre volte in un giorno, come quelle ventose mattinate di marzo, in cui il sole si alterna a scrosci di pioggia, per poi tornare a brillare. In certe occasioni non sai mai come vestirti e se trascinarti appresso un ingombrante ombrello. Trasposto sul piano diplomatico è (quasi) la stessa cosa: arranchi appresso agli avvenimenti e non sai come ti butterà fra un paio d’ore.

Questa volta da Gerusalemme arriva la notizia che non t’aspetti: forze palestinesi (sunnite) sono entrate per la prima volta in battaglia, sul terreno siriano, per combattere assieme alle milizie di Hezbollah (sciite) contro le brigate del “Califfo” (sunnite). Insomma, un sorprendente guazzabuglio. Ancora più inaspettato perché i palestinesi starebbero appoggiando Assad assieme agli (ex) odiati Hezbollah.

I gruppi d’assalto sarebbero entrati in azione dalle parti di Deir-er-Zor, Valle dell’Eufrate, Siria Orientale. Cioè a centinaia di chilometri dalla Palestina. Per il trasporto sono intervenuti gli elicotteri della governativa Syrian Air Force. Non è proprio una brutta notizia per Israele, la cui Intelligence rivela che i palestinesi fanno parte della brigata al-Jaleel, formazione addestrata dagli iraniani per compiere (dicono loro) attentati in Terra Santa.

Sorpresona? Fino a un certo punto. E’ invece il risultato del clamoroso avvicinamento tra Putin e Netanyahu. Il leader russo, ritenuto da molti esponenti dell’establishment israeliano più affidabile di Obama, avrebbe infatti garantito di far cessare gli attacchi terroristici condotti dai palestinesi addestrati da istruttori siro-iraniani. Detto fatto. Senza troppe cerimonie, i miliziani destinati a mettere bombe a Tel Aviv sono stati riciclati e trasferiti per continuare a mettere sempre bombe. Ma questa volta sotto la sedia del “Califfo” e dei maggiorenti dell’Isis.

Giunti ad al-Qusour, nell’est della Siria, i palestinesi sono stati immediatamente e senza troppe cerimonie spediti in battaglia contro i tagliagole dello Stato Islamico. Diversi ci avrebbero già rimesso le penne, secondo l’Intelligence israeliana. L’operazione fa parte di un repentino cambio di strategia, da noi già ampiamente annunciato, che prevede l’impiego di Hezbollah al confine tra Siria e Irak, per impedire ai “califfi” di spedire truppe e rifornimenti verso Raqqa.

Non solo. L’impiego degli sciiti di Hezbollah, così lontano dalle loro basi libanesi, è da mettere in connessione con gli attacchi portati dalle milizie sciite irakene a Falluja. Con un’ampia manovra a tenaglia, gli sciiti di Popular Mobilization Forces e quelli delle Brigate Badar si congiungeranno con Hezbollah a formare una sacca in cui si spera di sigillare le unità del “Califfo”.

L’attacco è stato studiato in una recentissima riunione a Teheran tra russi, iraniani e governativi siriani. Una copia del piano è stata sottoposta a Obama, che ha immediatamente approvato il progetto dando ordine che l’Us Air Force sostenga l’offensiva degli sciiti irakeni. A quelli di Hezbollah ci pensa, abbondantemente, già l’aviazione di Putin.
Fonti “bene informate”, evidentemente in possesso dei dettagli del piano, hanno rivelato che Hezbollah si sta ritirando da Aleppo per concentrarsi intorno alla nuova testa di ponte di Palmyra. L’obiettivo è puntare su al-Sukhna (63 chilometri a sud) per tagliare in due l’autostrada M20, isolando ulteriormente tutta la regione di Aleppo, chiaramente col fine di far cadere l’Isis “per strangolamento”.

Lo svolgimento dell’operazione conferma come gli Stati Uniti di Obama e gli Hezbollah dell’ex sceicco del terrore, Hassan Nasrallah, possano ormai considerarsi di fatto “alleati”.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan. Piero Orteca, giornalista, analista e studioso di politica estera, già visiting researcher dell’Università di Varsavia, borsista al St. Antony’s College di Oxford, ricercatore all’università di Maribor, Slovenia. Notista della Gazzetta del Sud responsabile di Osservatorio Internazionale

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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