Ai Raggi X. Caffè del 18 giugno.

Se il PD avesse messo nel vigilare sui traffici dei suoi esponenti con Mafia Capitale lo stesso scrupolo che ha usato poi per spulciare tra gli scontrini di Marino o con i moduli firmati dalla Raggi, forse oggi risulterebbe più credibile alla cittadinanza di Roma (nandocan). 

***di Corradino Mineo, 18 giugno 2016 – Scusate, m’è scappato il titolo ammiccante, quello che gioca sul nome della candidata 5 stelle al ballottaggio a Roma. È stato Marco Lillo, del Fatto Quotidiano, a passare sotto lo scanner le dichiarazioni dell’avvocato e consigliere comunale Virginia Raggi. Il risultato di questo esame fa dire a Giachetti: “Ha mentito”, mentre il suo assessore (in pectore) Sabella chiede che la procura le invii un avviso di garanzia, e Carbone (fido di Renzi) la considera addirittura “ineleggibile”. “Raggi mentì” taglia corto Repubblica, dunque “Voto ad alta tensione”. Andiamo allora alla fonte, leggiamo l’articolo di Marco Lillo. L’avvocato Raggi avrebbe avuto due incarichi dalla ASL di Civitavecchia per recuperare dei crediti, uno nel 2012, da 8mila euro, il secondo nel 2014, da 5mila. Il secondo non le sarebbe ancora stato pagato, il primo sì e il candidato sindaco ha poi dichiarato di aver percepito un compenso dalla ASL Roma F. Sotto avrebbe scritto a penna “Fatt 2014, pagato 2015”. Insomma non si può dire che Raggi abbia eluso di dichiarare il percepito, ma in due moduli da lei firmati nel 2013 e nel 2014, e previsti dalla legge Severino, Virginia avrebbe segnato, barrando l’apposita casella, “di non avere percepito compensi ovvero altri incarichi con oneri a carico della finanza pubblica”. Compensi no, ma almeno un incarico lo aveva avuto. Ha mentito? Si è sbagliata? Ha ritenuto che bastasse dichiarare le somme ricevute dopo il pagamento? Ognuno giudichi con la sua testa. La mia mi dice che, al posto di Giachetti, avrei forse fatto ironia sui 5 Stelle che sanno tutto in queste materie ma poi si dimenticano o non si accorgono. Avrei evitato di gridare alla menzogna, di chiedere il processo o l’ineleggibilità.
Il cuore e la mente che grande enigma, diceva Calvero in uno dei più bei film di Charlie Chaplin. Con la mente, il direttore di Repubblica Mario Calabresi capisce che quello di domenica è un test politico dall’evidente valore nazionale, vede che “Le fratture sulla riforma costituzionale e sul mercato del lavoro hanno alienato (a Renzi) più voti di sinistra di quanti ne possano venire dal centro o dal campo conservatore”, ammette che “a voltare le spalle al Pd sono soprattutto le nuove generazioni: vedono che il mondo è cambiato, che i vecchi modelli non funzionano più, che la loro possibilità di costruirsi una vita è messa sempre più in discussione, ma non trovano risposte e sentono con chiarezza che la politica non si occupa di loro”. Ma con il cuore, Mario Calabresi invita a votare comunque per Giachetti, per Fassino e per Sala. Non farlo sarebbe come se i passeggeri di un aereo, “stanchi di disagi, ritardi, dell’arroganza di personale e piloti” si affidassero a chi “ammette: Non ho nessuna esperienza, non ho il brevetto, ma sono seria e per bene e ho sempre sognato di pilotare un aereo”. Per la stessa ragione io, invece, darei un possibilità alle due pilote dilettanti. Ricordo come l’attuale, sciagurata, legislatura sia nata all’insegno della conventio ad escludendum gridata da Napolitano, quando, commemorando Chiaromonte, paragonò l’anti politica dei 5 Stelle nientemeno che a quella delle Brigate Rosse, e chiese “larghe intese” con Berlusconi. Al contrario se la crisi, e gli errori dalla destra e dalla sinistra, avevano portato il movimento 5 Stelle a ottenere un quarto dei voti (il 25,5 alle politiche del 2o13), si sarebbe dovuto mettere alla prova quel movimento o ritornare al voto. Non si è fatto nell’uno né l’altro: si è rottamata la sinistra, isolato Berlusconi, sdoganata la destra. Questo ha fatto e fa Renzi.

Doppio schiaffo a Putin, “tra doping di stato e proroga delle sanzioni”, scrive la Stampa. Ma a Pietroburgo il premier dice “vogliamo essere buoni vicini” Correre” e promette “No al rinnovo delle sanzioni”, Repubblica. In verità il rinnovo è stato deciso, rovinando la festa russa al nostro, ma lui si è impegnato a “chiedere al Consiglio dell’Unione che il rinnovo non sia automatico”. Siparietto con Putin: “le sanzioni colpiscono più voi europei che la Russia, ma l’America vi chiede di aver pazienza. Già Matteo, perché dovresti avere pazienza?”. Renzi ride dal palco. Pare che il nostro si sia riportato a casa, come si dice, accordi commerciali per un miliardo di euro. Merito della sua diplomazia, dei sorrisi, delle mezze frasi? Non lo so, può darsi. Io penso che sarebbe meglio assumere orientamenti coerenti sia in politica estera che in politica economica. E poi difenderli con forza a Roma, a Berlino, a Pietroburgo e a Bruxelles.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti