Il nemico non viene da fuori. Caffè del 14 giugno

Chissà perché una semplice frase come questa, così evidente in questa circostanza, viene considerata “buonismo”. Ma niente costa più fatica che rivedere le proprie certezze. Perciò l’invito alla spiegazione paziente che rivolge Mineo, al contrario dell’ammiccamento alla “pancia” del paese o dell’aristocratico disprezzo per chi si attarda nel pregiudizio, propone l’alternativa migliore al disorientamento di massa prodotto da troppo rapidi cambiamenti epocali (nandocan)

***di Corradino Mineo, 14 giugno 2016 – La rabbia dei gay, Repubblica. “La paura della comunità gay”, Corriere. Nel sito di Left Giorgia Furlan scrive: “lesbiche, gay, bisessuali e trans sono in media vittime di violenza 2,4 volte in più rispetto a una persona di origine ebraica, 2,6 volte in più di uomini o donne di colore, 4,4 volte in più di un musulmano e soprattutto 41,5 volte in più rispetto agli eterosessuali bianchi”. Sono dati. Trovo straordinario in quanto poco tempo si sia passati dal silenzio e dalla vergogna all’orgoglio omosessuale. Come è straordinario che una donna oggi possa puntare, con ragionevole possibilità di successo, a entrare da presidente alla Casa Bianca. Ma trasformazioni epocali, soprattutto se così accelerate, si portano dietro un passato che non vuole morire. Peggio, provocano una reazione, la voglia di cancellare i corpi nudi che si mostrano senza vergogna, di tornare indietro alla società patriarcale, alla menzogna che nega il sesso nella famiglia se non per procreare, alla subalternità della donna, che fu creata – si diceva un tempo – a immagine dell’uomo mentre lui venne creato direttamente da Dio. Dobbiamo saperlo, non nascondere il volto omofobo e misogino della reazione, come la spazzatura, sotto il tappeto del politicamente corretto. Con pazienza occorre spiegare che diritti e libertà non rendono più povero nessuno, non offendono e non discriminiamo. La rabbia e l’odio, sì. L’utopia del ritorno a una presunta legge di natura (in realtà a una cultura che discriminava), ci rende meno umani e meno liberi.

Il nemico viene sempre da fuori. Il medico ignorante taglia il braccio anziché provare a salvarlo, denuncia il contagio mentre la malattia è degenerativa, prodotta dal nostro stesso organismo. Donald Trump prima dice che Omar Mateen, l’assassino all’ingrosso di Orlando, è nato in Afghanistan: si sbaglia, è nato a New York proprio come l’aspirante presidente. Allora rimedia gridando: “alla sua famiglia è stato permesso di entrare”. Certo, anche alle mogli slave di Trump è stato permesso, anche agli antenati irlandesi di John Fitzgerald Kennedy è stato concesso di entrare negli Stati Uniti. Voglio essere politicamente scorretto come Trump: un arabo e musulmano potrebbe dire “se voi americani non aveste scelto i nostri capi, non aveste puntato sui monarchi sauditi grondanti petrolio, non aveste usato i Pasthun afgani e pakistani contro Massud, Saddam Hussein contro l’Iran sciita, Osama Ben Laden contro i sovietici, e persino Assad al tempo della guerra civile in Libano, non saremo dove siamo. Quando dice “America first”, quando afferma che Obama non è “né duro né intelligente”, Trump somiglia agli uomini del Califfo: loro vogliono tornare alle origini, nel medio evo, dell’imperialismo islamico, lui vuol tornare alla metà del ventesimo secolo, ai tempi d’oro dell’imperialismo americano. Ha invece ragione Obama: Omar è “un terrorista di casa nostra”. Anche il mito del ritorno alle origini, il mito della vecchia frontiera con gli scalpi dei nativi americani alla cintura e le praterie dove correvano i bisonti prima della ferrovia, anche il creazionismo, anche l’obbedienza a Dio che nega il libero arbitrio, anche il terrore dell’islam e l’attrazione per l’islam , ci appartengono. Perciò attraggono questi “lupi solitari”.

Sui giornali molto Brexit, ma gli articoli che vedo oggi somigliano più a uno scongiuro – “britannici non fatelo” – che ad analisi fattuali su quello che potrà succedere. E qualche polemica per i ballottaggi. La più divertente viene dal Pd campano che accusa De Magistris di trasformare il Comune in un comitato per il No referendario quando tutti vedono come da tempo Renzi e Boschi abbiamo trasformato Palazzo Chigi nel più grande comitato per il Sì.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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