Omofobia e terrore. Caffè del 13 giugno

Denunciare l’incoerenza, le contraddizioni logiche nei comportamenti più diffusi non soltanto dei potenti, ma della società nel suo insieme. Mostrare in ogni circostanza, sfidando l’impopolarità, l’arbitrio e il relativismo, in certa misura inevitabile, della nostra morale, l’uso frequente di due pesi e due misure a motivo di convenienza o di pregiudizio. Non vedo altro modo per contrastare il fanatismo ideologico se non l’educazione alla critica e all’autocritica. Perché l’odio non può che essere cieco. Tentare finché è possibile l’esame spregiudicato dei fatti è compito di ogni buon giornalista. Corradino spesso ci prova e per questo ve lo propongo (nandocan)

***di Corradino Mineo , 13 giugno 2016 – Terrore nel locale gay, “La sfida all’America”, “la firma dell’Isis”. È quanto raccontano oggi nel titolo di apertura Corriere della Sera , Stampa e Repubblica. Zucconi scrive di una “nuova guerra civile” che “fanatici o ideologici, dal wahabismo al fascismo”, vogliono condurre “contro il male” rappresentato “da un’America pagana e materialista che li manda in bestia”. Stille e Gaggi scrivono delle conseguenze che la strage può avere sulla campagna elettorale negli Stati Uniti; Donald Trump che ha già chiesto le dimissioni di Obama. Mettiamo in fila i fatti: un uomo di 29 anni, un “ragazzo” secondo i nostri telegiornali, ha ammazzato 50 persone e ne ha ferito altrettante in un locale frequentato da omosessuali. Aveva armi da guerra, che in Florida si comprano senza dover lasciare neppure il proprio nome. “Odiava i gay”, dice il padre il quale tuttavia è noto come simpatizzante dei talebani. “Mi picchiava”, fa sapere la moglie. Con una telefonata, l’assassino all’ingrosso avrebbe dedicato la carneficina al califfo dell’Isis. L’FBI non esce meglio da questa storia della polizia francese dal Bataclan. Questo Omar, infatti, nato americano da genitori afgani, era stato controllato ma rilasciato. E aveva persino fatto la guardia giurata a edifici governativi.

Omofobia o terrorismo islamico? Sapete qual’è stato il primo atto pubblico di Al Wahab? Ha fatto lapidare una donna, e per questo la comunità araba e musulmana lo cacciò dalla sua città. Purtroppo fu presto di ritorno, grazie all’appoggio armato degli uomini di Al Saud, fondatore della dinastia saudita. Da due secoli e mezzo, con l’appoggio costante dell’Occidente, una setta di fanatici tiene sotto ricatto gli arabi e l’Islam. Qualunque omofobo, chiunque consideri la donna proprietà e appendice dell’uomo, può trovare nella tradizione orale della famiglia mediorientale, così come nel grande suq in rete, un perfetto alibi ideologico per motivare i suoi crimini. D’altra parte ogni fanatico wahabita odia gli omosessuali e le donne che mostrano il corpo. Considera il loro sterminio condizione preliminare per poter purificare l’islam e conquistare il potere in medio oriente.

Il pericolo viene da fuori, ci minaccia dall’esterno? No, questi mostri sono americani, sono francesi. Sono italiani, anche se da noi, per ora, ammazzano le “loro” donne senza bisogno di richiamarsi al Daesh. L’idea di poter espellere il virus o tagliare la parte malata – ”cacciamo islamici e messicani” dice Trump – non afferra che siamo in presenza di una malattia degenerativa delle nostre società. Società in cui si banalizza e si commercializza ogni comportamento sessuale e ogni stile di vita, ma al tempo stesso si offrono gli strumenti, culturali e materiali, per “purificare” il mondo dal “male”. Come? Ammazzando all’ingrosso. E poi, ripeto, questi mostri li abbiamo creati. Ho davanti agli occhi una histoire des wahabis scritta da un orientalista francese sbarcato in Egitto al seguito di Napoleone. Dal 1804 sapevano. Eppure i sauditi (wahabiti) sono stati scelti come principali alleati americani in Medio Oriente dal presidente Roosevelt sul finire della seconda guerra mondiale, e tali sono rimasti, per accordi petroliferi e interessi geo imperiali. Eppure “Donna”, supplemento di Repubblica, ha appena dedicato la sua copertina alla bella sceicca del Qatar, in visita a Roma. In Qatar è stata appena arrestata per adulterio una turista che era stata stuprata.

Ieri faccia a faccia tra i candidati sindaci. Giachetti ha accusato Raggi di non credere nelle Olimpiadi che rilancerebbero Roma, ma secondo Ilvo Diamanti la priorità per i romani è l’ordinaria manutenzione delle strade. Fassino ha accusato Appendino per il no alla Tav: sempre l’inchiesta di Diamanti certifica che la preoccupazione dei torinesi è l’occupazione. Annunziata ha chiesto conto a Parisi della pubblicazione, sul Giornale, del Mein Kampf di Hitler. Scelta commerciale, disperata e grottesca, ma mia figlia che frequenta le medie ieri mi ha detto: “papà, lo abbiamo studiato a scuola”. E Piero Ostellino, grande giornalista liberale, scrive oggi che “la pubblicazione di un documento non avrebbe dovuto scandalizzare”. Renzi – lo sapete – ha detto di non volersi occupare di ballottaggi e di un voto che considera solo “locale”, ma ogni giorno la ministra Boschi enumera i disastri che si abbatterebbero su romani, torinesi e milanesi qualora osassero votare candidati alternativi al Pd. Così facendo, secondo me, contribuisce a far perdere voti al Pd.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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