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Brexit, contraddizioni bilaterali

Da questo articolo, apparso ieri sul sito dell’Istituto Affari internazionali, mi pare di poter dedurre che nel dibattito sul Brexit lo scontro tra gli inglesi alla vigilia del referendum non sia tanto sulla partecipazione o meno al processo di integrazione europea, quanto sul modo migliore per continuare ad impedirlo, frenandolo come hanno fatto finora dall’interno o  boicottandolo dall’esterno. In modo che  l’economia europea continui ad essere eterodiretta dalle grandi multinazionali della finanza e dai capricci del mercato globale. Se a Londra riuscissero a staccare ogni tanto lo sguardo dagli indici di borsa si accorgerebbero che il neoliberismo inaugurato dalla Thatcher, appena addolcito da Blair e coltivato poi dai suoi successori fino allo scoppio della crisi e delle sue attuali conseguenze, ha fatto esplodere dovunque le diseguaglianze, mettendo tutti nei guai, noi come loro (nandocan).

***di David Elwood, 6 giugno 2016* – Non è più un dibattito politico: lo scontro tra le due parti sulla permanenza o meno del Regno Unito nell’Unione europea Ue, è diventato una battaglia senza esclusioni di colpi retorici, un confronto sempre più serrato che rischia di guastare il partito dei Tories per decenni a venire.

Dalla seconda guerra mondiale in poi non si ricorda una scelta nazionale così discussa e sofferta, nemmeno nell’ambito del referendum scozzese. Quello che colpisce in tutta questa tempesta politica è l’assenza di qualsiasi considerazione di certe contraddizioni di fondo che caratterizzano le posizioni di entrambi le parti in causa.

Dribling di Brown
Il campo che sostiene la continuità del ruolo della Regno Unito nell’Unione – compreso il governo di David Cameron, evidentemente – non ha mai voluto spiegare come si riconcilia questa posizione con il fatto che i governi – di tutti i colori – che lo hanno preceduto, per 40 anni hanno frenato l’azione dell’Ue ogni qualvolta essa non corrispondeva alle loro preferenze o istinti nazionali, non hanno quasi mai contribuito alla sua evoluzione positiva, hanno sovente espresso il massimo dello scetticismo e del distacco.

Solo al Regno Unito sono state date una serie di garanzie, come quelle che non sarebbe mai stato obbligato ad aderire all’euro né a partecipare a qualsiasi fondo di sostegno a un Paese della zona euro in difficoltà.

L’espressione più bizzarra di questo paradosso si trova nella figura di Gordon Brown, ex-Primo ministro ed euro-scettico lungo tutto il corso della sua pluri-decennale carriera politica. Oggi Brown insiste parlando di continuità senza fare il benché minimo riferimento al suo comportamento da Ministro del tesoro e poi capo del governo.

Era stato Brown a tenere il suo Paese lontano dall’euro e da qualsiasi cooperazione finanziaria europea; anche Brown ha aggiunto le sue richieste – soprattutto finanziarie – alla lunga lista di opt-outs di cui godono gli inglesi (più di ogni altra nazione dell’Ue). Brown ha inoltre firmato il Trattato di Lisbona con esplicita riluttanza e ha imposto come primo Alto Rappresentante per la Politica estera – una figura creata dal quel Trattato – Catherine Ashton, un personaggio privo di qualsiasi autorevolezza politica in casa e tantomeno all’estero.

Brown è solo il caso più ovvio di un comportamento che ha caratterizzato gran parte della classe politica nazionale nei confronti dell’Unione europea fin dall’inizio.

Avendo vinto tante battaglie in negativo, con o senza alleati – contro ogni forma di ‘idealismo’ europeo, contro l’unione politica, contro i principi sovranazionali, contro qualsiasi impostazione seria della politica estera e della difesa, a fovore dell’allargamento comunitario al fine di indebolire l’intera Ue – la classe di governo inglese che vuole rimanere nell’Ue non sente ora la necessità di suggerire un atteggiamento più costruttivo per favorire il rilancio del grande progetto in una fase particolarmente critica della sua esistenza.

Invece di sottolineare questa contraddizione, comunque, la parte pro-Brexit si è limitata a controbattere, appellandosi alla somma presunta dei costi-benefici a breve per la nazione, nel caso di un esito invece di un altro, e sulla possibilità (del tutto ipotetica) di ripristinare il controllo assoluto delle frontiere nazionali.

Brexiters
Il paradosso di fondo che caratterizza la posizione dei pro-Brexit è semmai ancora più ingombrante, anche perché più semplice e evidente. Mentre mette il recupero della sovranità nazionale al vertice delle sue preoccupazioni – ‘riprendiamo in mano il controllo del nostro paese – assiste inerme alla lunga mano straniera nel mondo manageriale e della finanza.

Muti sui problemi posti a tutti dalla globalizzazione, i Brexiters non esprimono alcun dubbio mentre porzioni significative delle industrie del gas, dell’acqua, dell’elettricità, delle ferrovie, delle telecomunicazioni, degli aeroporti finiscono in mano agli stranieri, commentando al massimo che è così che funzionano i mercati liberi. Incapaci di costruire da soli una centrale nucleare, il governo inglese ha affidato il progetto ad una combinazione di interessi statali francesi e cinesi.

Interessi stranieri nel Regno Unito
Mentre scriviamo, l’azienda finanziaria australiana proprietaria del sistema idrico londinese ha annunciato che metterà sul mercato alcuni pacchetti delle sue azioni (altri azionisti comprendono fondi di Abu Dhabi e Cina).

Intanto dilaga la crisi dell’acciaio scatenata dalla sovrapproduzione cinese e si scopre che quello che resta delle acciaierie britanniche è in mano ad interessi thailandesi e indiani.

La fiorente industria automobilistica inglese è interamente in mano ad aziende Usa, indiane, giapponesi ed europee. Le ferrovie scozzesi sono di proprietà del sistema nazionale olandese.Tra le risorse pubbliche non ancora vendute a qualche interesse straniero figurano per ora i camion dei pompieri londinesi: sono stati acquistati da un private equity inglese per £2 nel 2012.

Il Regno Unito dovrebbe assumere la Presidenza del Consiglio dei ministri europei nel 2017. Se vince la Brexit potrà ancora pretendere quel diritto? Se vincerà invece il partito della permanenza, quale misure costruttive potrà proporre per giustificare tanto rumore, mobilitazione e conflittualità ?

*David Ellwood, Johns Hopkins University, SAIS Bologna Center.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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