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Femminicidio: la responsabilità dello Stato e di tutti noi

Non vi sorprenda che oggi 2 giugno, festa della Repubblica e della Costituzione, anziché seguire l’onda retorica delle celebrazioni patriottiche, voglia proporvi un articolo che parla del rispetto dovuto alla dignità di ogni persona umana,  posta settanta anni fa al centro della nostra carta fondamentale, premessa indispensabile di ogni vera democrazia. E’ un post che parla della sopraffazione dei più deboli, e in particolare delle donne, più spesso degli uomini  considerate come oggetti. Una sopraffazione che la politica, la famiglia, la società dovrebbero proporsi di contrastare in ogni progetto educativo. Vale per le donne, ma anche per i bambini, gli anziani, i malati, gli immigrati che fuggono dalla fame, dalla guerra o dalla persecuzione. Ma ad onta di ogni pretesa di progresso civile questo rispetto non è riconosciuto ad ognuno come un diritto ma solo assegnato come un privilegio, un premio alla condizione sociale di origine o a presunti meriti acquisiti in una competizione senza regole.  Ecco perché, per festeggiare la Repubblica e la Costituzione, vi invito a leggere quanto scrive oggi a proposito del femminicidio, Sabrina Ancarola: “il rispetto pretendiamolo e ricordiamocelo ogni giorno, questo è quello che possiamo fare tutti nell’immediato. E contemporaneamente pretendiamo dalle istituzioni che ogni persona che denunci di essere perseguitata o di essere vittima di un comportamento vessatorio sia protetta”. (nandocan). 

***di Sabrina Ancarola, 2 giugno 2016 – C’è qualcosa che mi sfugge riguardo agli omicidi delle donne da parte dei compagni o ex, alcune persone affermano che la responsabilità è anche delle donne in quando madri/educatrici. Ma non lo è di tutti indipendentemente da questo? Gira che ti rigira la colpa della violenza sulle donne ricade spesso sulle donne in quanto tali: perché non si sono ribellate, perché si sono messe con uomini sbagliati, perché non hanno insegnato ai loro figli il rispetto, perché sono state provocanti, perché si sono fidate ecc. Come per tutti i fenomeni che riguardano la società si cercano i colpevoli all’esterno dal contesto dimenticandosi troppo spesso della mano che ha ucciso. Su questo i media, quando usano parole come “gelosia, raptus, attacchi di rabbia”, giustificano in qualche modo gli assassini.
Analizzando i vari dati sui “femminicidi” possiamo osservare che interessano aree geografiche diverse, persone con differenti culture e posizione sociale. Questo è un fenomeno trasversale che ha in comune la sopraffazione dell’uomo verso la donna in quanto ritenuta una sua proprietà ed è da tale considerazione che dovremmo tutti ripartire. Il fallimento di una relazione è visto troppo spesso in un ottica infantile/vittimistica, è frequentemente l’uomo a non saper accettare la fine di un rapporto negando a sé stesso le proprie responsabilità e reagendo come se si sentisse depredato di un qualcosa che sente legittimamente suo.

Nel leggere i commenti riguardo alle notizie sulle vittime di violenza si osservano reazioni dei vari forcaioli, colpevolizzazioni delle vittime, fascismo di ritorno dove l’uomo si propone come protettore della povera donna indifesa. In un paese dove le pari opportunità sono viste più come un titolo nobiliare da affibbiare come delega a qualche ministro che come un obbiettivo da portare avanti con determinazione è difficile poter parlare di un’azione pianificata che vada a coinvolgere trasversalmente tutti gli aspetti della società. Se ci azzardiamo a parlare di educazione affettiva e sessuale nelle scuole immediatamente insorgono le sentinelle in piedi, Adinolfi e co. Il peso della religione cattolica è usato come uno scudo per poter evitare ogni sano confronto educativo in materia di rispetto di genere. La società fatta da donne e uomini dovrebbe educare al rispetto di ogni singolo essere umano, è nostra responsabilità chiedere a gran voce alle istituzioni di mettere questo tema al centro delle varie agende politiche e non solo, ripartiamo da noi stessi chiedendoci come ci poniamo rispetto agli altri, se la nostra è una mentalità che rispetta ogni individuo, se noi stessi rispettiamo la nostra identità. E’ molto facile osservare quanto uomini e donne si propongono ad altri più come oggetti che come soggetti, il bombardamento dei media vuole le persone, specie se donne, sempre giovani, magre e comunque sessualmente appetibili grazie ad una certa conformità fisica. Quante volte è capitato di leggere commenti cattivi verso una persona che è invecchiata o ingrassata come se fosse un dovere civile essere sempre in forma? La sessualizzazione dei corpi riguarda anche i più giovani, bambine comprese e il sesso anche fra adulti è visto come un mezzo non per gioire insieme ma per dimostrare un qualcosa che ancora una volta richiama ad una certa prestanza fisica e ad una stupida rincorsa verso una giovinezza a tutti i costi.

Tutto è collegato ad un annientamento della propria libera identità e al giudizio spesso pesante, possono sembrare aspetti banali ma anche questi fanno parte dell’educazione al rispetto di ogni genere di persona ed è nostro dovere porsi in modo responsabile anche di fronte a questo. Il rispetto pretendiamolo e ricordiamocelo ogni giorno, questo è quello che possiamo fare tutti nell’immediato e contemporaneamente pretendiamo dalle istituzioni che ogni persona che denunci di essere perseguitata o di essere vittima di un comportamento vessatorio sia protetta. E’ nostra responsabilità combattere ogni tipo di giustificazione che vada a scusare l’aggressore: l’uomo è cacciatore, una testa calda, è geloso ecc. sono stronzate, accettare questo è prestare il fianco alla violenza. La gelosia, il senso di possessione sono quanto di più lontano esiste dall’amore, i sentimenti possono essere subdoli poiché offuscati dall’emozioni ma se abbiamo il minimo sentore che siano presenti, in noi e in chi frequentiamo, queste componenti è bene correre ai ripari cercando d’imparare a distinguere ciò che sano da quello che non lo è.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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