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Se la minaccia del carcere diventasse un bavaglio

Il timore fondato che uno stop alla libertà di espressione e di informazione si accompagni, in Italia e in Europa come nel resto del mondo, all’involuzione autoritaria di alcune democrazie. L’allarme lanciato dal sito freespeechdebate.com di Garton Ash, con riferimento ai provvedimenti adottati per combattere il terrorismo in diversi Paesi:”dalla Cina all’Egitto, dalla Turchia alla Polonia, fino all’impensabile Regno Unito, dove le nuove leggi antiterrorismo mettono a rischio la libertà di espressione nelle università e il ministro della cultura ha presentato un disegno di legge per affidare al governo la nomina di metà del consiglio di amministrazione della BBC, mettendo a rischio la sua indipendenza editoriale”. (nandocan)

***di Elisa Marincola, 26 maggio 2016* – In Parlamento in questi giorni è in discussione un disegno di legge che di per sé ha un obiettivo senz’altro nobile, proteggere amministratori locali e politici minacciati e intimiditi, ma rischia di essere l’ennesima norma a protezione della casta politica e in più ingenera confusione, coinvolgendo nelle presunte minacce anche i giornalisti. Si tratta di un’aggravante che rende più pesante la pena detentiva per quanti, a scopo di ritorsione per un’autorizzazione non concessa o per un atto non gradito del pubblico amministratore, lo diffami pubblicamente. Il relatore della legge, il senatore Pd Giuseppe Cucca, precisa: “il privato cittadino a cui è stata negata una concessione o è stato abbattuto un immobile abusivo, si serve del giornale e del giornalista per esercitare una pressione contro chi ha emesso il provvedimento”. Però non precisa che effetti avrà la nuova norma sul cronista che riporterà le dichiarazioni, sia pure indebite, del privato in questione: il suo articolo sarà assimilato a una lettera di minaccia? E l’autore sarà complice delle azioni di intimidazione o di ritorsione? Peraltro, l’attuale legge sulla diffamazione a mezzo stampa, che contiene pene da uno a sei anni di carcere, già prevede un aumento di pena “se l’offesa è arrecata a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”, portando a otto anni il massimo della detenzione per i giornalisti. Una misura pesante già condannata nelle sedi internazionali. La nuova legge non può quindi andare a sommare a questo una ulteriore aggravante, e comunque sarebbe auspicabile un chiarimento nella lettera della legge, altrimenti, per assurdo, si potrebbe avere come effetto di silenziare ulteriormente le cronache cittadine che parlano della piaga delle minacce e delle violenze contro gli amministratori onesti, ma denunciano anche quanto troppo spesso non funziona negli uffici pubblici, locali e non. Senza parlare della piaga delle querele temerarie, che molti, troppi politici, amministratori locali e dirigenti di aziende pubbliche brandiscono come armi non di ritorsione ma di preventiva intimidazione. Una piaga verso cui il legislatore appare sempre più distratto.

Questa poca attenzione per il diritto di cronaca, poi, si accompagna al fiorire diffuso delle circolari-bavaglio che sempre più amministrazioni pubbliche, dalla soprintendenza ai beni culturali romana fino a diverse Asl e aziende ospedaliere, stanno brandendo come minaccia per i dipendenti che dovessero pensare di denunciare pubblicamente i malfunzionamenti o peggio dei propri uffici. E vedremo quale sarà il taglio del nuovo codice di comportamento che il ministero della giustizia si prepara a varare: metterà la museruola ai magistrati? Impedirà alle guardie carcerarie a agli altri operatori dei penitenziari di riferire in che condizioni devono sopravvivere o morire i detenuti?

E non sappiamo cosa accadrà nell’altra tempesta perfetta che sta per scatenarsi sull’informazione (sui cittadini che ne saranno privati soprattutto): la delega al governo sulle intercettazioni, capitolo spinoso perché le norme per evitare abusi ci sono e un inasprimento dei regimi servirebbe solo a impedire di divulgare notizie, di reato ma anche solo di rilevanza pubblica.

Purtroppo, quello che accade intorno a noi risponde allo spirito dei tempi: lo storico e politologo britannico Timothy Garton Ash lancia l’allarme su quella che definisce la crescente “resistenza globale contro la libertà di espressione”. Dall’osservatorio privilegiato che è il sito freespeechdebate.com che dirige per la Oxford University, Garton Ash ricostruisce la forte accelerazione che questa deriva ha preso negli ultimissimi anni un po’ ovunque, dalla Cina all’Egitto, dalla Turchia alla Polonia, fino all’impensabile Regno Unito, dove le nuove leggi antiterrorismo mettono a rischio la libertà di espressione nelle università e il ministro della cultura ha presentato un disegno di legge per affidare al governo la nomina di metà del consiglio di amministrazione della BBC, mettendo a rischio la sua indipendenza editoriale. D’altra parte a casa nostra il servizio pubblico, in base alla recentissima riforma della governance Rai, risponde già all’esecutivo. Forse anche noi dovremmo riprendere l’appello del fotoreporter egiziano Shawkan, in carcere da oltre mille giorni: “CONTINUATE A GRIDARE: ‘IL GIORNALISMO NON E’ REATO’”.

*portavoce di Articolo 21

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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