Tra i partigiani del Sì e quelli del No

La FNSI e il suo presidente Giulietti fanno bene a sollecitare l’attenzione della commissione parlamentare al rispetto delle pari opportunità per le motivazioni del SI e del NO al referendum di ottobre. Ma sappiamo tutti bene che l’equità in questi casi non è questione di minutaggio. Ci sono mille altri modi per favorire, volendo, una delle due parti aggirando i criteri quantitativi della commissione. I giornalisti che conoscono il loro mestiere sanno anche come fare a garantire il pluralismo mettendo lo stesso impegno nella spiegazione degli argomenti degli uni e degli altri. Mentre chi dispone di un certo potere nei loro confronti sa come martellare gli elettori con campagne di propaganda o disinformazione ben più efficaci del “porta a porta” (nandocan).

***di Giuseppe Giulietti, 22 maggio 2016 – La ministra Boschi ci ha fatto sapere che i “veri partigiani” voteranno Sì al referendum costituzionale. Altri, tra questi i rappresentanti dell’Anpi, hanno invece confermato il loro No, tra loro, non pochi “veri partigiani”. Dal momento che, purtroppo, i “veri partigiani”, quelli formalmente riconosciuti dalla Repubblica, sono ridotti ormai a poche decine di unità, non dovrebbe essere difficile individuarli e chiedere direttamente a loro cosa pensino della riforma costituzionale e se e come intendano votare al prossimo appuntamento di ottobre, magari nel frattempo sarebbe anche il caso di evitare di equiparare, come ha fatto la medesima ministra, il No dell’Anpi e quello di Casapound.

Mai come in questo caso, da parte di tutti, sarebbe il caso di non usare le parole come manganelli mediatici. In attesa di conoscere il risultato del voto dei “veri partigiani”, sarà il caso che l’Autorità di garanzia delle Comunicazioni, la commissione parlamentare di Vigilanza e il Consiglio di amministrazione dellaRai, dispongano il rispetto del principio delle pari opportunità tra le ragioni del Si e quelle del No. Questo prevede la legge e questo si deve pretendere, anche perché il voto riguarda la costituzione e non il regolamento del condominio, almeno su questo dovrebbe esserci l’unanimità non solo tra “veri partigiani”, ma persino tra quelli “finti”.

Fonte: “Il Fatto Quotidiano”

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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