Concertazione e insulti. Caffè del 25 maggio

La concertazione è una promessa fatta in campagna elettorale. Vedremo il seguito. Gli insulti agli avversari, invece, sono un comportamento d’attualità, anche se l’uscita della Boschi – definita oggi “imprudente” da Stefano Folli – è stata corretta ieri da Renzi con una redistribuzione dei presunti SI e NO al referendum tra i “veri” partigiani. Dato che sono veramente pochi, si poteva chiedere a loro, come ha osservato il presidente FNSI Beppe Giulietti. Dovrebbe preoccuparci piuttosto che la campagna plebiscitaria per il Sì al referendum (e al governo) sia partita con cinque mesi di anticipo, confondendo in un  un polverone il dibattito sulla prossima, difficile legge finanziaria con lo stravolgimento della carta fondamentale. E ignorando i pasticci di una legge elettorale che dovrebbe entrare in vigore tra un mese (ma solo per la Camera). Non resta che sperare nella saggezza della Corte costituzionale che sarà chiamata a dare un parere preventivo sulla sua legittimità prima di quella data (nandocan).

***di Corradino Mineo, 25 maggio 2016 – Contrordine, torna la concertazione. Quella brutta parola del passato che i rottamatori dicevano di aborrire, e che riassumeva il dialogo preventivo con le confederazioni sindacali sui temi sociali sensibili, sembra tornata in auge, o almeno è tornata in prima pagina. “Incontro governo sindacati, scrive il Corriere, aperti due tavoli di confronto: Pensioni minime, si cambia”. E Repubblica: “Pensioni, così la riforma. Disgelo governo sindacati. Sì alla flessibilità. Renzi promette più soldi alle minime”. Le segretarie confederali, Camusso e Furlan, stentano a credere a quel che sentono e a quel che vedono. Stefano Folli, su Repubblica, si spinge fino a ipotizzare un ravvedimento operoso del premier: “Renzi – scrive – abbandona i toni polemici per ricucire a sinistra”.

Se lo fa, lo fa nascondendosi dietro un diluvio di parole, diffuse a reti unificate. Perché nella narrazione del leader unico, del comandante in capo che difende il popolo contro tutte le élite sono sempre gli altri che fanno marcia indietro e che vengono a Canossa. Così a Enrico Letta che gli aveva chiesto di non accendere “un clima da corrida” sul referendum, Renzi risponde: “sei stato un anno al governo e le riforme non si sono fatte”. Poi accusa il povero Bersani di aver trattato con Denis Verdini, al quale peraltro Renzi dice di dover essere grato, “perché – spiega – se avessi aspettato i voti dei 5 Stelle per le unioni civili, stavo fresco”. Ancora, indossata la casacca di segretario del Pd, il premier stende la Raggi e gli altri candidati sindaci dei 5 stelle: “Co-co-pro della Casaleggio associati”, dice. Alla Lega ci pensa Napolitano. “è xenofoba”. Nel frattempo Renzi recluta chi non può più dirgli “grazie no” nei suoi comitati per il Sì, Pietro Ingrao, Nilde Iotti, Calamandrei, pure Dossetti. Davanti a tale impudicizia, Bersani ha uno scatto di genio e gli chiede: “perché non recluti pure Lenin contro il bicameralismo, in fondo diceva: Tutto il potere ai soviet!”

Il jobs act è la cosa più di sinistra che si sia fatta. Su questo Matteo non si emenda, nonostante quella legge abbia tolto diritti senza portare lavoro. Nonostante lo scontro sia diventato europeo: “Francia paralizzata dalle proteste”, titola La Stampa. “Rivolta contro il jobs act, raffinerie occupate” fa eco il Corriere. La ragione è che contro i creditori non si scherza. E sono i creditori, Fondo Monetario, Europa e Banca Centrale, gli stessi che hanno umiliato la Grecia e ora discutono se darle una boccata d’aria perché non rantoli, a imporre a tutti i governi della Terza Via, governo Renzi compreso, una politica sociale e una politica economica ultra liberiste. Ieri ho fatto una chiacchierata con l’Annunziata, direttore di Huffinghton Post italia, per il prossimo numero di Left. Sostiene Lucia che Renzi impara da Grillo, che usa la politica, usa Palazzo Chigi, usa il sostegno dei media, ma li usa per scardinare le élite, per emanciparsi dall’establishment. Così è, o meglio così appare che sia. Fino a quando gli uomini dell’establishment sono sindacalisti, senatori, presidenti di regione. Perché quando invece l’establishment è quello dei banchieri internazionali, di chi muove i fondi di investimento, o dirige le multinazionali, allora il nostro eroe smette i panni da rottamatore e veste quelli di un Tony Blair qualunque. Uno yes man della Terza Via, che a forza di dire sì ai veri potenti rischia persino di finire sotto processo per quei sì. In Gran Bretagna Blair è sotto accusa per la partecipazione alla guerra di Bush nonostante sapesse che Saddam non aveva armi di distruzione di massa. Ancora paghiamo per quella guerra.

Torniamo ai giornali, il manifesto titola “Tutto fumo” parlando dell’accordo di Parigi sul clima. Perché i principali paesi del G7 continuano a sfruttare il carbone, il più inquinante dei fossili. Il fatto Quotidiano fa  i conti dei tempi TV: tutti per il Sì al Referendum pro-Renzi, “Per il No un minuto in tutto”. Ah in Francia, oltre a manifestare da giorni contro il loro jobs act, hanno perquisito le sedi di Google, multinazionale che non disdegna di evadere le tasse.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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