Il caso Fassina e le sue chiavi di lettura

D’accordo con Gilioli. La sua chiave di lettura spiega in parte perché, nonostante qualche insistenza, esiterò a lungo prima di ritentare, dopo la delusione ricevuta dal Pd, l’iscrizione ad un altro qualsivoglia partito della sinistra. Intervistato da Monica Maggioni, Stefano Fassina dà una risposta che prelude all’ennesima divisione dell’atomo. Da quella parte di SEL che ha deciso di sostenere Giachetti. “La vicenda romana – ha detto – impone un chiarimento definitivo sulla prospettiva. Io non vedo complotti,vedo due impianti di cultura politica. Da una parte chi,come me,considera chiusa la fase del centro sinistra. Dall’altra, chi pensa che il nostro destino sia l’alleanza subalterna con il Pd” (nandocan)

*** di Alessandro Gilioli, 15 maggio 2016 – Il punto è che nella cosiddetta sinistra radicale italiana – o meglio in una parte dei suoi esponenti – sono verosimili entrambe le ipotesi.

La prima, a cui tendo a credere io, è quella dell’imperizia e della superficialità: del non fare le cose bene, con cura e meticolosità. Che – sì, purtroppo – costituisce una traccia cognitiva in alcuni, in quell’area. Lo streaming che non funziona, il comunicato scritto senza pensare a chi lo leggerà, insomma l’efficienza vista come un disvalore: c’è, purtroppo, questa roba. Come se “fare le cose bene” non fosse di sinistra.

Ma in quell’area (che più o meno è la mia, per valori, sia chiaro) non si può escludere a priori anche l’altra ipotesi, cioè che qualcuno poco entusiasta della candidatura Fassina ci abbia messo del suo, perché un’altra zona erronea nella nostra gente è che il peggior nemico è sempre quello che ti sta seduto vicino.

Sommamente sciocco mi pare invece accusare di alcunché Fassina: probabilmente un candidato sbagliato, che tuttavia si era buttato pancia a terra in questa sfida fin da novembre e da allora aveva battuto quartieri e periferie a tempo pieno. Né è uomo, con tutti i suoi difetti, da vendere i suoi princìpi per uno strapuntino con Giachetti.

Adesso un 5-6 per cento di romani non avrà rappresentanza, e alcuni ottimi candidati (sì, la lista era buona) non avranno chance di incidere e controllare.

I giornali, giustamente, si interrogano sulla questione pratica più imminente, cioè a chi andranno quelle decine di migliaia di voti, fra tre settimane.

Io più furiosamente mi interrogo su se e quando la sinistra italiana cambierà un po’ testa.

Perché mi pare che qui il problema non siano tanto le “facce nuove” quanto proprio la testa nuova.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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