Caporalato, cresce il numero delle vittime: sono 430 mila

Di quanto avviene nel mercato del lavoro agricolo i media si interessano raramente, ma il dato di 880 mila lavoratori di ogni nazionalità che vivono ancora oggi, soltanto in Europa, sotto il ricatto del lavoro forzato dovrebbe allarmarci. E che ciò avvenga anche a causa delle normative europee (e mondiali) che hanno liberalizzato il mercato del lavoro è la conferma del fallimento sociale di un sistema capitalistico sottratto ad ogni controllo di giustizia e legalità (nandocan).

***dal redattore sociale, 13 maggio 2016 – Cresce il numero delle vittime del caporalato in Italia: sono 430 mila, indistintamente italiani e stranieri, e più di 100 mila lavoratori in condizione di grave sfruttamento e vulnerabilità alloggiativa. E’ quanto afferma il terzo rapporto “Agromafie e caporalato” realizzato dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil presentato oggi a Roma. Le vittime del caporalato sono così cresciute tra le 30 e 50 mila unità rispetto alla rilevazione precedente contenuta nel secondo rapporto pubblicato nel 2014, mettendo in evidenza un fenomeno sempre più preoccupante che riguarda ben 80 diversi distretti agricoli, dal Nord al Sud. Un “vero e proprio terreno di conquista per la criminalità mafiosa e non”, spiega il rapporto, con uno sfruttamento che spesso “viaggia di pari passo con il fenomeno della tratta degli esseri umani”. Un fenomeno che per le organizzazioni mafiose e criminali rappresenta un ulteriore fonte di economia illegale che per tutta la filiera agroalimentare è stimata tra i 14 e i 17 miliardi.

Le pratiche di sfruttamento sono sempre le stesse, spiega il rapporto, nonostante il caporalato viva una “trasformazione in linea con la metamorfosi del mercato del lavoro sempre più flessibile e precario”. Mancata applicazione dei contratti, un salario tra i 22 e i 30 euro al giorno, inferiore del 50 per cento di quanto previsto dai contratti nazionali, orari di lavoro che arrivano a 12 ore, lavoro a cottimo, “fino ad alcune pratiche criminali quali la violenza, il ricatto, la sottrazione dei documenti – denuncia l’Osservatorio -, l’imposizione di un alloggio e forniture di beni di prima necessità, oltre all’imposizione del trasporto effettuato dai caporali stessi”.
Non mancano i controlli da parte delle autorità che rispetto al precedente rapporto sono cresciuti. Tuttavia, dal rapporto “emerge un quadro di forte vulnerabilità dei soggetti che andrebbe contrastato con maggiore incisività”. Le ispezioni sono cresciute del 59 per cento nell’ultimo anno, spiega lo studio, ma gli esiti sono “inquietanti”. Più del 56 per cento dei lavoratori trovati nelle aziende agricole sono parzialmente o totalmente irregolari, spiega il rapporto. Oltre 8,8mila le aziende ispezionate in cui sono stati trovati 6.153 lavoratori irregolari, di cui 3.629 totalmente in nero. Sono 713, invece, i fenomeni di caporalato registrati dalle autorità ispettive. Un fenomeno che tuttavia non è presente solo in Italia. Secondo il rapporto “solo in Europa sono 880 mila lavoratori e lavoratrici di ogni nazionalità sotto il ricatto del lavoro forzato anche a causa delle normative europee (e mondiali) che hanno liberalizzato il mercato del lavoro con un conseguente abbassamento del controllo di legalità – spiega lo studio -. Dato che si aggiunge invece alla specificità espressa dal settore agricolo che vede circa 3,5 milioni di lavoratori al mondo ridotti in schiavitù per 9 miliardi di profitti stimati”.
Per Ivana Galli, segretario generale della Flai Cgil nazionale, contro il fenomeno dello sfruttamento e del caporalato sono stati fatti passi in avanti dall’istituzione della Rete per il lavoro agricolo di qualità al ddl governativo 2217 riportante “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero e dello sfruttamento del lavoro in agricoltura”, tuttavia “mancano ancora dei pezzi importanti e rimangono delle criticità – spiega -. Il ddl 2217, al momento, non è stato ancora calendarizzato in aula e comunque crediamo che il testo definitivo debba prevedere quale requisito per le aziende che si iscrivono alla Rete lo stare in regola con l’applicazione del Ccnl e dei Cpl; piani per l’accoglienza dei lavoratori stagionali; confisca di quanto ottenuto attraverso sfruttamento e lavoro nero”. La stessa Rete voluta dal ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, lamenta Galli, inoltre “non ha ancora un numero di aderenti congruo al numero di aziende e cooperative agricole presenti nel nostro Paese. Tali ritardi ci allarmano non poco, infatti si corre il rischio di cominciare la nuova stagione di raccolta con le stesse ‘regole’ del 2015 e che, nonostante denunce e l’azione della Flai, anche questa campagna possa essere caratterizzata da sfruttamento ed illegalità che si consumano sulla pelle di lavoratori e lavoratrici”. (ga)
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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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