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Sì o No al referendum: il cuore del problema è informare ed essere informati

Quello che Vecellio pone è un problema serio, che si pone ogni volta che il popolo italiano è chiamato ad esercitare la propria sovranità, diritto e dovere che ne presuppongono altri, quelli che Einaudi riassumeva nello slogan “conoscere per deliberare”. Ma la propaganda elettorale o referendaria non ha affatto questo obbiettivo, che richiede un’informazione imparziale e completa sul merito delle scelte, altro che campagne “porta a porta”. Garantirla sarebbe compito dei giornalisti, fissato nell’articolo 2 della legge professionale che impone come “obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservare sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede”. Sarebbe. Dalla libertà e dall’autonomia della stampa e della televisione si misura anche il livello della democrazia (nandocan)

***di Valter Vecellio, 11 maggio 2016 – Dell’accusa di appartenere alla comunità dei “gufi”, d’esser qualificato come “rosicone”, m’importa un fico; leggo però i dati Istat, mostrano che nel quarto trimestre del 2015 l’ economia è cresciuta di un misero 0,1 per cento. Una ripresa che non fa certo pensare che l’accelerazione auspicata sia dietro l’angolo; anzi, ci sono rischi di nuovi, ulteriori rallentamenti. Rosico? Rosico sì, ma solo se penso che sempre più la mia pensione (cioè i contributi che mensilmente prelevano dalla mia busta paga da ormai quarant’anni, sono considerati alla stregua di una regalia, un “favore” che mi faranno chissà quando, e scusate se procuro il dispiacere di voler vivere a lungo…). Poi figuriamoci se può impressionare la Madonna da Laterina (al secolo, Maria Elena Boschi) che ci spiega essere una stranezza se in autunno si sarà parte di quell’Italia “che si prepara a votare insieme a Casapound al referendum”.
Se questi sono gli argomenti dei sostenitori del SI che si preparano a bussare alla mia porta, come i testimoni di Geova (Renzi dixit), non perderò davvero neppure un nanosecondo, per ascoltarli.

E’ tuttavia abbastanza penoso vedere che il dibattito – necessario, utile, indispensabile – sul referendum prossimo venturo col quale dovremo confermare o respingere la riforma costituzionale approntata dal Governo e votata dalla maggioranza, si sviluppi su questi binari.

Ma questi sembrano essere gli “argomenti” dominanti. L’attuale inquilino di Palazzo Chigi personalizza il referendum, trasformandolo in una sorta di pronunciamento su di lui e il suo governo: “Chi non è con me, è contro di sé”. Si sente molto re Luigi XV in conversazione con la marchesa di Pompadour: “Après nous le déluge”. Viene la tentazione di rispondere: “Un bagno in fin dei conti, non sarà la fine del mondo…”. Ma sono battute, naturalmente.

Tuttavia, continua, e verrà accentuato con lo scorrere dei giorni, il mantra che votare SI significa schierarsi per le riforme, il rinnovamento, il progresso, il rilancio, la ripresa. Chi si schiera per il NO, al contrario, verrà schiacciato come il retrogrado, il conservatore reazionario (con Casapound, appunto), per lo status quo… Questa sembra essere la campagna del SI. Ma quella del NO, che tipo di campagna intende fare? Soprattutto, ci si pone il problema della comunicazione, degli spazi di informazione da conquistare. Non solo che dire, ma anche come e dove dirlo… Abbiamo alle spalle un’esperienza vicina, e un’altra più lontana nel tempo. Quella più lontana nel tempo è quella del referendum sulla legge 40 relativa alla procreazione assistita. Quella più vicina, il referendum sulle trivelle in mare. I sostenitori dell’abrogazione delle due normative disponevano di buoni, ottimi argomenti. Solo che non hanno saputo conquistare gli spazi informativi per farsi conoscere e “apprezzare”. La storia si ripete. Stimatissimi esperti e professori si lambiccano per proporre che in luogo di un referendum se e facciano tre, o quattro, o dieci, che il quesito insomma sia “spacchettato”. A parte il rischio di avere riforme (chiamiamole così) stile Arlecchino, per cui una cosa la si approva, un’altra la si respinge, e se ne ricava un patchwork indigesto, non cambia nulla se l’elettore si trova in mano invece che una, due o tre o cinque schede. Quello che conta, e conta davvero, è che il cittadino elettore sia messo nella condizione einaudiana del “conoscere per deliberare”. Quello che conta è che i mezzi di comunicazione (tutti, ma a maggior ragione quelli del servizio pubblico) approntino veri contraddittori, schede informative “neutre”, si garantiscano spazi di informazione e confronto; che insomma si sia messi nella condizione di conoscere la carne delle questioni, e non si venga invece suggestionati da campagne denigratorie o “ricatti” del tipo: “o con me, o contro di me”.

Per essere più chiari: l’esperienza del passato, e quello che accade nel presente, dovrebbe insegnarci qualche cosa: la partita si gioca e si giocherà sugli accessi, sulle possibilità di essere conosciuti e di conoscere; si gioca sulla capacità di documentare come questo fondamentale diritto a conoscere e essere conosciuti sia pregiudicato. L’einaudiano “conoscere per deliberare” va tradotto così: solo se si viene messi nella condizione di conoscere si può decidere, valutare proposte e posizioni di chi si candida a una funzione di governo; poter conoscere è dunque la somma di un duplice diritto da garantire e tutelare; il diritto di chi avanza proposte, possibili soluzioni. Diritto di chi è chiamato a decidere chi deve essere il suo rappresentante, il suo “amministratore”. Per scegliere bisogna essere messi nella condizione di conoscere; solo così si “pesa”, si giudica. Se questo doppio diritto viene meno, il cittadino è un suddito….

continua su articolo21.org

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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