Torna l’Italia del Sì. Votiamo No. Caffè del 3 maggio

Oggi vi lascio soli con Corradino Mineo. Il fatto è che sono troppo impegnato nel trasferirmi dal mio vecchio computer al nuovo (per me) sistema operativo di Apple. Dopo trent’anni di windows ho voluto imbarcarmi in questa avventura con un all in one che spero mi dia, dopo la fatica dell’apprendimento, maggiori soddisfazioni. Per qualche giorno dovrò rallentare il mio lavoro di giornalista, scusatemi. (nandocan) 

***di Corradino Mineo, 3 maggio 2016 – Torna l’Italia del sì. Quando ho sentito Matteo Renzi che lo diceva, tre foto mi hanno preso la mente. L’Italia in camicia nera che diceva sì a Mussolini, Eia,eia, alalà. L’Italia di Pio XII, che portava in giro madonne pellegrine e scomunicava comunisti e braccianti del sindacato. L’Italia che saltellava al grido “chi non salta comunista è, è” lanciato da Berlusconi, sul palco con Fini e Casini. Amo un’altra Italia, quella di “chi vide sotto l’etereo padiglion rotare più mondi e il sole a irradiarli immoto”: era un toscano, nativo di Pisa. E di chi “temprando lo scettro ai regnatori, gli allor ne sfronda e alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue”: questi nacque addirittura a Firenze. L’Italia di Cesare Beccaria: “Dei delitti e delle pene”. Di Antonio Gramsci: “ mi piace essere l’acido corrosivo dell’imbecillità”. Di Vittorio Foa: “essere a sinistra vuol dire vivere oggi e contemporaneamente domani”.
Unicuique suum, scriveva Leonardo Sciascia. Nel lanciare la campagna per il referendum costituzionale d’autunno, “diecimila comitati per il sì” titola il Corriere, Matteo Renzi ha fatto una scelta di campo, innanzitutto linguistica. Una scelta causata dal timore di un confronto nel merito. “L’equivoco del plebiscito oscura la sostanza dei problemi”, chiosa Salvatore Settis su Repubblica. Sorretta dalla volontà di scavalcare l’esito – sia quel che sia – del voto amministrativo di giugno: “parziale ma importante verifica degli umori del paese”, scrive Massimo Franco sul Corriere. Scelta prevedibile e obbligata per chi, non avendo una visione del futuro, la sostituisce con la demonizzazione del passato: “dopo 63 governi ora si cambia!” Sì, la sua “democrazia recitativa”, come l’ha chiamata Rodotà, la semplificazione manichea – innovatori contro gufi, giovani contro vecchi professori – è già contenuto, è scelta di campo. Noi stiamo nell’altro campo, quello dell’Italia che non consegna il cervello all’ammasso, che non si piega al nuovo capo, che vuol vederci chiaro, capire e distinguere. Prima di decidere.

Si salva qualcosa della riforma Renzi Boschi? Settis indica due punti, sia pure marginali: “Aggiungere la trasparenza tra i requisiti dei pubblici uffici” – forse non era necessario cambiare la costituzione per questo, ma va bene – e “la restrizione del potere del governo di emanare decreti legge”, anche questo ci sta. Io ne aggiungo altri due: che una sola camera voti fiducia e leggi di bilancio (eravamo d’accordo tutti su questo e non serviva cambiare ben 47 articoli della costituzione) e la volontà di ridurre il numero dei parlamentari (anche se il progetto che noi gufi – Casson, Tocci, Mucchetti, Mineo -, 350 deputati e 150 senatori, avrebbe tagliato di più e meglio). Dall’altro lato della bilancia, tra le troppe aporie contenute nella legge, mi limito a dar conto oggi solo di quel che scrive Settis: “avremo un senato i cui membri non rappresenteranno più la nazione, ma che avrà tra i suoi membri gli ex presidenti della repubblica: Ciampi e Napolitano a rappresentare “istanze locali”! Poi la scelta del Presidente della Repubblica: dopo il settimo scrutinio sarà eletto anche se dovessero votare solo in 20, tra deputati e senatori”. Commenta sconsolato l’archeologo e storico dell’arte: “Un Presidente eletto cosí, certo, non rappresenta la Nazione nemmeno quando è in carica, figurarsi da senatore a vita”. Addio alla sua alta funzione di garanzia.

Ecco s’avanza uno strano soldato… Giorgio Napolitano non ha lasciato solo Matteo Renzi nel momento del bisogno. In un’intervista al Corriere prima afferma che è “sbagliato personalizzare il referendum”, subito dopo aggiunge che la scelta del premier si comprende perché “è in gioco il futuro del governo”. “Se a ottobre vince il No”, secondo il presidente emerito, “per le riforme è finita”. Perché il No riunisce tre anime impresentabili: “quella conservatrice, secondo cui la Costituzione è intoccabile”, “quella strumentale che colpisce la riforma per colpire Renzi, quella “dottrinaria e perfezionista dei 56 costituzionalisti che comporterebbe la paralisi definitiva e la sepoltura dell’idea di riforma della Costituzione”. Vien dall’oriente e non monta destrier, la guardia rossa ha parlato, con la prosopopea che usava nel 1919 ma senza più l’anelito di giustizia sociale che animava gli antichi comunisti. Cari lettori non c’è niente da fare: perduto il mito operaista, venuta meno la fede nel crollo imminente del sistema, dell’ideologia comunista resta ben poca cosa: una certa idea della supremazia del potere statale a cui tutto deve essere subordinato, la voglia di cambiare le regole della democrazia non potendo cambiare quelle del capitalismo. L’uomo che veniva da lontano per andare lontano, somiglia ahimè a un sopravvissuto con la sindrome di Stoccolma. Per le troppe utopie che lo circondavano un tempo e che ora disprezza e chiama “anti politica”. Napolitano oggi è questo. In modo forse più nobile, ma più contraddittorio, Pierluigi Bersani rivendica il Sì della minoranza alla riforma costituzionale, ma chiede a Renzi di non esagerare e non farne un plebiscito su se stesso. Insomma di non essere Renzi.

Maltrattati. Solo il manifesto parla del TTIP. Greenpeace ha svelato le pressioni (secretate) degli Stati Uniti per far ingoiare all’Europa lo strapotere delle multinazionali ai danni dell’ambiente, dell’agricoltura di prossimità e dei diritti dei lavoratori. Enrico Mentana, che ieri faceva il Mineo, ha detto che questa fuga di notizie farà saltare la ratifica del TTIP o la rinvierà a dopo le elezioni americane, quando tutto sarò diverso. Ma di questo nessun si cura, abbiamo già il derby costituzionale. Il renzismo si conferma arma di distrazione di massa.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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