Tg Renzi e le proteste ignorate in Calabria

Roma, 1 maggio 2016 – Un’idea di quale potrebbe essere, nelle settimane che ci dividono dal voto popolare per le amministrative e il referendum, l’autonomia dei telegiornali RAI nei confronti di Matteo Renzi  la si può già vedere guardando ed ascoltando i servizi che accompagnano la sua campagna elettorale permanente in giro per l’Italia. Ieri toccava a “Renzi, missione al Sud – diciamo sì al futuro”, come titolava il servizio del Tg1 delle 20, di Roberto Chinzari. Due minuti di taglio di nastri e applausi scroscianti degli invitati a frasi piuttosto scontate del repertorio del premier. Due minuti densi di  esibizione renziana, intervallati da un solo fotogramma dei dimostranti nella piazza antistante al luogo della riunione, breve quanto bastava a coprire la frase “accompagnato da manifestazioni di protesta organizzata”. Neppure quell’unico fotogramma, invece, nel servizio di Fabrizio Frullani per il Tg2, dove la verve polemica del premier contro i “professionisti del no” e “i polemisti di professione” non aveva uno straccio di spiegazione locale. Così pure nell’edizione principale del Tg3, che tuttavia non ha dato grande importanza alla cronaca dell’avvenimento, facendo precedere la cronaca di Monica Giandotti da servizi sull’aumento dei morti sul lavoro,  storie di disoccupati, emergenza profughi e crisi mediorientale, tutte notizie presumibilmente non gradite al governo. Quanto al tg la7, che come è noto il sabato non è condotto da Mentana, ha scelto l’onesta soluzione di un breve pastone politico, dove accennava alla giornata di Renzi mescolandola ad altre questioni di attualità. Insomma, i servizi dei telegiornali potete controllarli voi stessi andando sui siti web dei medesimi, ma per vedere e ascoltare qualcosa sull’accoglienza ricevuta a Palermo e Reggio Calabria dal presidente del consiglio, compreso un tafferuglio con le forze dell’ordine che sicuramente avrebbe ricevuto attenzione con altri leader politici, dovete accontentarvi del video de Il Fatto Quotidiano che vi mostro di seguito.

 

Nel complesso, un brutto segnale non tanto per la circostanza in se stessa quanto, come ho detto all’inizio, per le prospettive di imparzialità e completezza della nostra informazione televisiva. Mi spiace soprattutto per la mia vecchia testata e il suo direttore Marcello Masi, al quale ho recentemente riconosciuto il merito di avere restituito qualità e credibilità al giornale fondato da Andrea Barbato. Forse è vero quel che si dice in giro, che cioè con l’arrivo del nuovo coordinatore dei telegiornali voluto dalla riforma Renzi i direttori sono destinati a contare sempre di meno.

Concludendo un editoriale di oggi sulla Repubblica, Stefano Rodotà annota il pieno dispiegarsi, nei giorni nostri, “di quella che Abramo Lincoln chiamò la democrazia recitativa“, per cui “considerando la campagna elettorale, bisognerà garantire subito che la “recita” non sia riservata a un numero ristretto di personaggi. Questo chiama in causa particolarmente la televisione pubblica, ma implica una responsabilità dell’intero sistema informativo”.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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