Il servizio pubblico non interessa, serve una Rai piccola e asservita

RAI-Viale-Mazzini-Roma

“Forse è venuto il tempo che, dopo 35 anni, l’obiettivo del “dissolvimento del servizio pubblico radiotelevisivo” (copyright Licio Gelli, loggia P2, 1981) sia davvero a portata di mano”. A quella di Vittorio Emiliani, si aggiunge oggi la protesta accorata della Presidente di Articolo 21 Barbara Scaramucci, già direttrice di Rai Teche, per l’indifferenza che circonda l’involuzione del servizio pubblico televisivo avviata dalla nuova “governance”. Meno drastica, ma non meno incisiva l’analisi di Vincenzo Vita che ho pubblicato a parte questa mattina (nandocan).

***di , 28 aprile 2016 – La Rai non interessa più a nessuno? Se lo chiede Vittorio Emiliani e questa domanda mi ispira un paradosso. Mettiamo il caso che, con un governo Prodi e un nuovo vertice della Rai, la stessa Rai avesse cominciato l’anno facendo festeggiare gli italiani oltre un minuto prima di mezzanotte (e con una bestemmia in onda), poi avesse realizzato la più vergognosa intervista giornalistica della storia televisiva ad un capo mafia, poi avesse assunto il doppio (siamo a 21) dei dirigenti esterni previsti dalla legge accantonando senza incarico i rimossi, avesse silurato senza motivo il capo del personale e stesse affrontando, ovviamente, decine di cause destinate a costare all’azienda cifre colossali con un bilancio chiuso in rosso. Infine avesse costituito una sorta di “direttorio” dell’informazione per controllare – di fatto si tratta di questo – gli ormai quasi inutili direttori di testata, che l’art. 6 del contratto di lavoro dovrebbero averlo ancora…

Possiamo facilmente immaginare cosa sarebbe accaduto, memori di quello che fecero, in ben altra situazione, Francesco Storace presidente della Vigilanza, Giuliano Ferrara, Gasparri, Romani, Brunetta, le campagne di fango su molti giornali e i proclami quotidiani della Lega per non pagare il canone e via di questo passo. Ipotizziamo lo stesso scenario Rai con Berlusconi al governo: scioperi di tutte le categorie Rai, cortei, sit in quotidiani sotto Viale Mazzini, girotondi, denunce, i maggiori quotidiani indignati, fino a molte autorevoli testate straniere. Queste cose le abbiamo viste in altri tempi, ma quello che non abbiamo visto fino ad oggi è lo smantellamento definitivo della Rai e del concetto di servizio pubblico.

Al netto del rinvio della convenzione e del contratto di servizio, sperando ancora in una consultazione pubblica on line alla quale dovremmo cercare di partecipare in massa, quello che spaventa è trovarsi di fronte ad un insieme di comportamenti inaccettabili nel silenzio generale dell’opinione pubblica, della società e, in parte, degli stessi dipendenti Rai. Con l’eccezione della corretta denuncia all’Autorità da parte dell’Usigrai per la folle assunzione di un paio di decine di dirigenti esterni in buona parte senza un curriculum radiotelevisivo, molti senza un incarico al momento dell’assunzione in Rai, tutti chiamati senza una preventiva autentica selezione interna dei possibili candidati: magari in alcuni casi davvero non ci sono, ma i vertici non lo sanno perché non li hanno cercati.

Ebbene, tutto questo sembra non interessare a nessuno. Del resto, pensandoci bene, da tempo anche molti autorevoli esperti di media un tempo vicini alla cultura dei DS e anche del PD, teorizzano la non centralità della servizio pubblico. Nel frattempo le aree culturali che avevano costruito negli anni una Rai forte e invidiabile, a partire da quella che un tempo veniva definita “cattolicesimo democratico”, sono sparite dall’azienda, in questo specifico caso mi viene da dire nonostante ci siano un presidente della repubblica come Sergio Mattarella e un papa autenticamente rivoluzionario come Francesco. E, come già scritto nella legge Gasparri, la Rai è di proprietà esclusiva del governo ed è privatizzabile.

Forse è venuto il tempo che, dopo 35 anni, questa volta l’obiettivo del “dissolvimento del servizio pubblico radiotelevisivo” (copyright Licio Gelli, loggia P2, 1981) sia davvero a portata di mano. Nessun complottismo, nessuna dietrologia, fatti oggettivi, come abbiamo citato. Del resto il duopolio è finito, gli accordi si fanno con altri partner stranieri, gli impianti della Rai fanno gola a molti e un’azienda troppo forte disturba non più solo Berlusconi, ma l’intero mercato. E la media company è l’alibi perfetto per smantellare in nome del “nuovo”, poco importa che in sei mesi non siano aumentati gli ascolti tradizionali ma siano addirittura diminuiti gli accessi sul disordinatissimo web della Rai. Rimpianti, no. Io spero di potermi ricredere e di vedere smentite tutte queste preoccupazioni. E a Emiliani rispondo che è una grande Rai che non interessa più a nessuno, ma a molti interessa una Rai piccolina e al servizio esclusivo del capo di turno.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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