Chiamata alle armi. Caffè del 26 aprile

 Sull’invio di soldati in Libia ho più perplessità di quante ne dimostri in conclusione, nell’articolo che segue, Corradino Mineo. Proprio perché credo che i tanti interrogativi giustamente posti dal collega molto difficilmente avranno risposta esauriente. E non mi pare che, a parte l’intensificarsi delle pressioni occidentali e di Obama in particolare, sia già avvenuto il cambiamento del contesto geopolitico e istituzionale posto fino a ieri dallo stesso governo Renzi per un intervento militare. Con una prudenza apprezzata anche da generali ed esperti di geopolitica di prestigio. E allora perché? Davvero si vuole far credere che al divampare di un conflitto la presenza di militari italiani sul posto potrebbe limitarsi alla difesa armata?(nandocan)
***di Corradino Mineo, 26 aprile 2016 – Libia, l’Italia offre 900 soldati. Titola così, stamane, il Corriere della Sera. Direi che ci siamo. Aveva cominciato la Pinotti sostenendo (con i giornalisti) che avremmo dovuto mandare 5mila soldati proprio là, nella nostra ex colonia, Poi era arrivato il contrordine di Matteo Renzi: “quando mai, non ci pensiamo nemmeno”. Intanto nessuno ascoltava le flebili richieste del Parlamento di poter discutere la cosa, come prevede la Costituzione. Infine il nostro premier si è seduto allo stesso tavolo con i potenti dell’occidente, il francese Hollande, la tedesca Merkel, l’americano Obama, l’inglese Cameron. E ha subito messo le sue pedine sul piatto: 900 italici soldati che andrebbero a difendere i pozzi (anche dell’Eni) nel deserto e, a Tripoli, le sedi delle Nazioni Unite. Chi potrà dir no? È in ballo il prestigio dell’Italia. Si gioca – anche in Libia – la partita tra il mondo delle libertà e i kamikaze del Bataclan. E poi, guerra? No solo azioni di difesa armata. Infine pare che Obama abbia promesso a Renzi di rafforzare il fronte sud della Nato per affrontare insieme l’emergenza migranti. Bingo!

Cominciamo dalla coda. Cosa ci faranno le navi Nato coi migranti? Li ammazzeranno, li accompagneranno in Canada, oppure li cacceranno indietro, magari in Libia, in campi di detenzione gestiti (anche) da soldati italiani? Ditecelo, per carità. Secondo. È possibile che una missione di difesa armata in Libia sia più rischiosa di un blitz (offensivo) contro le postazioni del nemico? A occhio direi di sì: se attacchi, questi uomini vestiti di nero in genere si squagliano. Se resti fermo, aspetteranno il momento giusto per farti male. Terzo. Forse pensiamo di saper distinguere le truppe del Daesh dalle altre milizie islamiste che dialogano a giorni alterni con il governo di Serray, ma come la mettiamo con l’esercito di Tobruk, agli ordini del generale Haftar? È stato appena rifornito di mezzi bellici, vuole muovere guerra contro Daesh ma anche ai fratelli musulmani, è protetto dall’Egitto di al Sisi e nemico del governo di Tripoli che ci chiede di andare in Libia. Infine, quando Renzi afferma di non aver cambiato la Costituzione e che la nostra Repubblica resterà parlamentare, beh, la prova che così non sia, l’abbiamo sotto gli occhi. Però rischiamo di accorgercene tardi, quando alcune centinaia di figli di italiche madri saranno sotto tiro nel deserto, e in Italia saremo chiamati a non votare contro Renzi, nel referendum costituzionale. Per amor di patria.

Odio i pesci nel barile e dico la mia. Penso che quella contro Daesh sia una guerra inevitabile. Che la dovrebbero combattere curdi, siriani, iracheni, libici, ma che se fosse indispensabile un nostro appoggio logistico e militare, non dovremmo negarlo; ma dovremmo pretendere di sapere chi siano i nostri alleati, chi, precisamente, i nemici. E non accettare ammiccanti promesse di petrolio in cambio. È anacronistico, in un tempo in cui l’ape regina di ogni terrorismo (sunnita) in nome di Allah, ovvero la monarchia saudita, fa sapere che persino loro possono fare a meno del petrolio e puntare tutto sui fondi d’investimenti e sugli affari della grande finanza, quelli che tengono il mondo sotto giogo. Infine mi ricorderei della Carta fondamentale, secondo cui solo un Parlamento che rappresenti l’intera nazione, può decidere di una cosa tanto grave, di portare in guerra un paese che “rifiuta la guerra”. Ogni singolo deputato risponda al suo collegio, o alla quota proporzionale di italiani che l’ha eletto, del suo voto e di quella scelta terribile. Qui invece decide uno solo, che pensa per noi e ci protegge. Tutta un’altra Costituzione.

Caro lettore, mi consenta. Considero quei “compagni” che hanno contestato, ancora una volta in occasione del 25 aprile, la brigata ebraica, più imbecilli e razzisti della destra che ha vinto il primo turno delle elezioni in Austria. Senza la diaspora, senza la cultura ebraica probabilmente saremmo intellettuali raffinati del calibro dei Le Pen e dei Salvini. Gli ebrei finirono nei lager nazisti per essere sterminati, accanto a comunisti e rom. Alcuni ebrei insieme ad alcuni cattolici e alcuni comunisti, combatterono con coraggio, per un’Italia migliore. Qualunque crimine commetta il governo di Israele lo compie prima contro il popolo ebraico. Qualunque uomo pretenda di odiare un popolo (o una razza) smette di essere tale.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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