Libertà di stampa, Italia pessima, ma come è fatta la classifica?

Il sito di Ennio Remondino è lodevolmente sottotitolato “La virtù del dubbio” e, ferme restando le ragioni che giustificano la severità del giudizio sulla libertà e il pluralismo dell’informazione nel nostro Paese, io sono d’accordo con lui. Tanto più che gli errori riscontrati non cambiano una realtà che è sotto i nostri occhi e che più volte abbiamo raccontato nei nostri articoli su “nandocan”

***di Ennio Remondino, 21 aprile 2016* – Dunque l’Italia, come sempre negli ultimi anni, in fatto di libertà di stampa e quindi di democrazia dell’esprimersi e della possibilità di conoscere è un po’ meno che ‘terzo mondo’. 77° posto su 180. E davanti all’Italia ci sono paesi che difficilmente si possono definire campioni di democrazia. Ad esempio, al 58° posto c’è El Salvador, il paese con il più alto tasso annuale di omicidi al mondo, cento omicidi ogni 100 mila abitanti la media, quasi tutti causati dalle potentissime organizzazioni criminali locali.

Al 42° posto c’è il Burkina Faso, un paese che non ha grandi organizzazioni editoriali e dove negli ultimi mesi si sono succeduti colpi di stato, attacchi di al Qaida e le prime elezioni democratiche negli ultimi 27 anni. Il Burkina ha ottenuto posizioni in classifica superiori all’Italia anche quando era una dittatura. Al 76° posto è considerata poco più libera dell’Italia la Moldavia, considerato uno dei paesi più corrotti d’Europa, dove è molto sentita la presenza e la pressione dei media filo-russi o filo rumeni, comunque militanti.

Per carità, l’Italia che ha avuto Berlusconi premier e monopolista televisivo, problemi ordinamentali di pluralismo informativo li ha da tempo. Ma forse il World Press Freedom Index ha qualche problema di oggettività nelle rilevazioni. Per stilare la classifica si usano alcuni criteri qualitativi e altri quantitativi. La prima parte è formata da un questionario che RSF distribuisce ai suoi partner in tutto il mondo: associazioni, gruppi e singoli giornalisti, scelti a discrezione di RSF. Lista riservata, per proteggerli, dice RSF.

Ogni ‘giurato’ risponde al questionario assegnando un ‘voto’ da 1 a 10. Domande su sei argomenti: pluralismo, indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza e infrastrutture. I punteggi in ognuno degli argomenti vengono ‘pesati’ diversamente con una complicata formula matematica con la quale si ottiene un primo punteggio. Il secondo punteggio, quello quantitativo, viene elaborato tenendo conto del numero di giornalisti uccisi nel paese, quelli arrestati, quelli minacciati e quelli licenziati.

Un metodo molto complesso, che RSF ha raffinato nel corso degli anni e non senza problemi. Un grosso cambiamento di metodologia è avvenuto nel 2013, discusso e criticato su diverse riviste specializzate. Resta il fatto che molto si basa sulle opinioni soggettive di enti e persone scelte da RSF, e questo ha causato negli anni diverse critiche al rapporto. Gran parte del punteggio -almeno l’80 per cento- nasce dalle valutazioni dei partner RSF ed è quindi influenzato dalla loro sensibilità personale e dal loro contesto.

Metodologia che rischia risultati bizzarri. Tra 2013 e 2014 l’Italia ha perso 24 posizioni in un solo anno, scendendo dal 49° al 73° posto. Tra le ragioni fornite da RSF, un aumento delle intimidazioni nei confronti dei giornalisti, soprattutto danneggiamenti alle loro auto. Poi le cause di diffamazione spesso infondate. I giornalisti sotto protezione della polizia, tra i 30 e i 50, ma il rapporto lo dice citando Repubblica, osserva il Post. E il processo a Nuzzi e Fittipaldi, autori di due libri sul Vatileaks. Processo vaticano ma penalità italiana.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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