Doina Matei. Riconciliazione e semilibertà.

 Doina Mattei ha ucciso – infilandole la punta di un ombrello nell’occhio e ferendola a morte – Vanessa Russo, dopo una lite in metropolitana. La giovane romena aveva 21 anni e la sua vittima 23: fu condannata a 16 anni di carcere per omicidio preterintenzionale, ma a 9 anni dall’omicidio è stata messa in semilibertà. Ora, commentando l’indignazione scatenata sui social da alcune foto, Marnetto propone che il provvedimento di semilibertà debba “prevedere per il detenuto e la vittima una preventiva fase di rielaborazione comune della violenza passata”. Il fatto è che, se si prescinde dal caso in questione, la rieducazione prevista dalla Costituzione come scopo della pena può esserci anche in costanza di un atteggiamento vendicativo o addirittura “forcaiolo” da parte dei familiari della vittima. Propongo quindi, a mia volta, che il tentativo di riconciliazione vada fatto seriamente, ma che il suo mancato accoglimento non possa essere di ostacolo al provvedimento del giudice (nandocan) 

***da Massimo Marnetto, 14 aprile 2016 – Doina Matei, la ragazza che ha ucciso una coetanea nella metro di Roma per il degenerare di lite – ha scontato metà della pena e è stata avviata al regime di semilibertà, che le consente di lavorare presso un ristorante sul mare, in vista di un suo reinserimento sociale. Ora questo percorso si è bruscamente interrotto perché la ragazza ha pubblicato su FB le sue foto, dove appare sorridente e in costume, atteggiamento che ha riaperto la ferita dei genitori della vittima, per il contrasto tra il loro dolore per la figlia uccisa e l’immagine di spensieratezza dell’assassina. Subito si è scatenata l’indignazione sui social, per chiedere la revoca della semilibertà, che verrà decisa a breve dal giudice di sorveglianza.

Io credo che abbiano diritto alla nostra comprensione entrambi: i genitori feriti e la ragazza che ha imprudentemente mostrato la sua felicità per la ritrovata libertà.
Quello che , a mio avviso, manca nella procedura di semilibertà dei detenuti è la fase della riconciliazione con i parenti della vittima. Così come si fece in Sud Africa per rimarginare le profonde ferite aperte dall’apartheid, i colpevoli di violenze dovevano rievocare i fatti di fronte alle loro vittime o parenti, riconoscere e riviverne la sofferenza provocata e manifestare un sincero pentimento. Spettava poi alla vittima o ai parenti autorizzare i provvedimenti di clemenza, con una dichiarazione di pubblica riconciliazione.
Ecco, credo che il provvedimento di semilibertà – pur lodevole per il fine rieducativo che si propone – debba prevedere per il detenuto e la vittima una preventiva fase di rielaborazione comune della violenza passata. Senza questo essenziale passaggio, la clemenza unilaterale diventa un affronto al senso di giustizia, che poi si moltiplica nei media nel basso istinto della vendetta collettiva.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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