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“Liberate il fotoreporter Shawkan”. Articolo21 aderisce all’appello di Amnesty

Non possiamo non aderire all’appello di Amnesty, che hanno firmato per primi la mamma e il papà di Giulio, Paola e Claudio Regeni. Non perché qualcuno di noi si illuda che possa mai venire la “verità” sui sequestri, le torture e le detenzioni senza processo dalla dittatura militare egiziana. Nessun governo si è mai costituito all’opinione pubblica, tanto meno i suoi servizi segreti. Aderiamo perché la pressione dell’opinione pubblica internazionale possa almeno indebolire l’arrogante impunità dei torturatori e convincere i governi democratici, a cominciare dal nostro, a non tradire il rispetto dovuto ai diritti umani solo per evitare il ricatto di un interesse economico e militare (nandocan)

***di , 12 aprile 2016 * – “Sono solo un giornalista che svolgeva il suo dovere lasciato a marcire in una prigione per mille giorni senza poter vedere un giudice”: queste parole sono contenute nell’ultima lettera inviata da Mahmoud Abou Zeid, detto Shawkan, fotoreporter egiziano che lavorava per l’agenzia britannica Demotix quando, il 14 agosto 2013, finì nella grande retata delle forze dell’ordine mentre stava documentando un sit-in convocato dalla Fratellanza musulmana a Rabaa al-Adawiya, uno dei quartieri del Cairo. Una retata che si trasformò in quello che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, fu il più grave massacro degli ultimi decenni in Egitto. 6-700 morti, e i sopravvissuti arrestati, gettati in carcere e dimenticati lì dentro, senza processo e in condizioni disumane. Per Shawkan si contano già oltre mille giorni di detenzione che non sembrano finire: l’udienza, convocata due settimane fa, è saltata a data da destinarsi. Durante tutto questo tempo ha denunciato di aver subito torture e violenze di ogni tipo e per le condizioni delle carceri ha anche contratto l’epatite C per la quale gli è impedito ricevere cure sufficienti.

Il fotoreporter egiziano rischia l’ergastolo per accuse che vanno dall’adesione a un’organizzazione criminale all’omicidio, ma soprattutto gli viene contestata “la partecipazione a un raduno a scopo di intimidazione per creare terrore” e il “tentativo di rovesciare il governo”. Ma Shawkan è un prigioniero di coscienza, incarcerato per aver svolto il suo lavoro e documentato un omicidio di massa.

Il suo caso è seguito dal procuratore generale egiziano Nabil Sadeq, lo stesso che si occupa del caso di Giulio Regeni. E a lui è rivolto l’appello sottoscritto, con grande generosità, per primi dalla mamma e dal papà di Giulio, Paola e Claudio Regeni, e dai loro avvocati, Alessandra Ballerini e Gianluca Vitale.

Noi chiediamo – scrive Amnesty nell’appello – che le accuse nei suoi confronti vengano annullate e che, in attesa del rilascio, riceva tutte le cure mediche di cui possa aver bisogno“.

Noi di Articolo 21 ci uniamo alla famiglia di Giulio Regeni e ad Amnesty, sottoscriviamo questo appello alle autorità egiziane e chiediamo anche alle autorità italiane e all’Unione europea di intervenire: sono davvero troppe le vittime di arresti illegali, torture, violazioni di ogni forma di diritto in quel paese. Noi già da tempo abbiamo lanciato un’iniziativa che ci porterà, insieme a tante sigle a partire da Fnsi, Usigrai e Amnesty, il 2 maggio, vigilia della giornata internazionale della libertà di stampa, davanti all’ambasciata del Cairo a Roma, e davanti ad altre ambasciate, per assumerci la responsabilità di denunciare e chiedere conto di queste violazioni. Insieme a verità e giustizia per Giulio chiederemo con forza libertà per Shawkan e per le migliaia di prigionieri di coscienza dimenticati nelle carceri egiziane come in tutte le carceri del mondo. Contiamo di avere al nostro fianco le organizzazioni europea e internazionale dei giornalisti, ma anche tanti uomini e donne di diverse provenienze e settori, che sanno bene come la difesa dell’informazione sia la difesa di un pieno diritto di cittadinanza.

In una precedente lettera indirizzata alle migliaia di persone che avevano già firmato l’appello di Amnesty per lui, Shawkan scriveva alcune parole che facciamo nostre: “Nel mio paese si è perso di vista il significato della parola giustiziaMi dispiace dovervi dire che sono diventato una persona ‘piena di vuoto di speranza’. Se resisto è per tutte le persone che stanno dalla mia parte, che non mi fanno sentire solo. Siete il mio potere, la mia energia. Continuiamo a gridare: il giornalismo non è un reato!”

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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