Libia, governo unitario Onu sbarca a Tripoli ed è caccia al tesoro

***La Libia è notoriamente un paese ricco, molto ricco, anche se la gran parte del denaro è nelle mani di pochi capi tribù. E una cosa hanno in comune i ricchissimi libici come quelli di altre nazioni. L’idea che in democrazia come in un regime dittatoriale, in una società evoluta come in quella tribale, a comandare è quasi sempre il denaro. Con il denaro si può comprare consenso e potere, a cominciare da quello delle armi. Così gli esperti delle Nazioni Unite, non sapendo più che pesci pigliare per contrastare terrorismo, criminalità e immigrazione clandestina, hanno cominciato a indirizzare lo sguardo verso le principali fonti di finanziamento, a cominciare dalla CBL (Banca Centrale Libica). Sulla base di informazioni tratte dai siti di “Look Out” e del “Telegraph”, Ennio Remondino ci aggiorna oggi sulla “caccia a quel che resta del tesoro libico”. Miliardi di dollari distribuiti fra le varie milizie, molte delle quali costituite in bande criminali. Ma, come conclude LookOut, “in un Paese che dalla caduta di Gheddafi ha visto sorgere uno dopo l’altro governi, istituzioni legislative ed enti amministrativi paralleli, voragini economiche di questa portata non potevano che essere una delle conseguenze inevitabili. Ricostruire la Libia in queste condizioni appare un’impresa sempre più complicata. Anche per i più ottimisti tra i funzionari delle Nazioni Unite” (nandocan).
***di Ennio Remondino, 30 marzo 2016 – Sbarcato a Tripoli il precario governo unitario libico voluto dall’Onu ma respinto dalle due assemblee che si auto dichiarano parlamenti, in opposizione tra loro, a Tripoli e a Tobruk. Un twitt di Al Jazeera: “Arrivo del consiglio presidenziale del governo di intesa nazionale libico a Tripoli”, rilancia un’informazione dal suo corrispondente. Libya’s Channel, conferma l’arrivo anche di Sarraj. Tutti a Tripoli, ma tutti asserragliati in caserma, dopo le minacce dell’assemblea locale vicina ai Fratelli Musulmani che li aveva diffidati a raggiungere Tripoli.

Prova di forza dunque, e rischio di scontri armati. Di grande tempismo il quesito posto da LookOut su chi finanzia le milizie armate di Tripoli. Dall’ONU pesanti accuse alla Banca Centrale libica. Nel mirino fondi per decine di milioni di dollari versati ai gruppi fedeli al governo islamista di Khalifa Al-Ghwell. Con minacce aperte nei confronti di un governo “imposto dall’esterno”. Senza consenso e senza esercito. Mentre lui, uno dei primi ministri concorrenti tra loro, ha reso noto proprio in questi giorni di aver il controllo di una coalizione di milizie, guidata dalla Camera delle Operazioni dei Rivoluzionari Libici (LROR), pronta a sostenerlo e a entrare in azione se Al-Serraj dovesse presentarsi nella capitale.

Non per amore ma per soldi. Adesso gli esperti Onu accusano apertamente la Banca Centrale di Libia (CBL), di sostenere il terrorismo e le milizie agli ordini del governo di al-Ghwell. Con le prove degli assegni versati al Consiglio consultivo dei Rivoluzionari di Bengasi per un totale di 6 milioni di dinari libici. Non solo: i finanziamenti a migliaia di miliziani che hanno imbracciato le armi dal post Gheddafi. Secondo un articolo del Telegraph a beneficiarne sarebbero state in totale circa 140mila persone (rispetto ai 30mila che combatterono durante la rivoluzione), la maggior parte delle quali implicate in attività criminali: rapimenti, estorsioni e traffici illegali.

Poi  il Congresso Nazionale Generale, il parlamento autoproclamato a Tripoli, che avrebbe deviato 103 milioni per le emergenze al Fronte Sumud, tra i gruppi che si oppongono ad Al-Serraj. Nel mirino, racconta Marta Pranzetti, anche l’Autorità degli Investimenti (LIA), che gestisce circa 70 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici, e la Libyan Africa Investment Portfolio (LAIP), che di miliardi ne manovra 5. Adesso i due parlamenti che non vogliono il governo unitario Onu, litigano tra loro su chi ha messo le mani nel sacco. In un Paese che dal dopo Gheddafi ha visto una giostra di governi e assemblee più o meno rappresentative, facile immaginare la caccia al tesoro che spiega le tante conflittualità ancora oggi in corso.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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