L’odio non è un’opinione

Hatespeech 1

Raimundo Panikkar parlava in proposito di un doppio metro per giudicare se stessi e gli altri. Giudichiamo gli altri dall’esterno, attribuendo le loro azioni al loro particolare gruppo, cultura o religione, mentre giudichiamo noi stessi non da ciò che facciamo ma da ciò che presumiamo di essere. Per esempio, chiediamoci: coloro che parlano della dignità del cristianesimo e dell’indegnità dei cristiani sono disposti anche ad accettare la dignità dell’islam (dell’ebraismo, del marxismo, ecc) e l’indegnità degli islamici (degli ebrei, dei marxisti,ecc.)? (nandocan)

***da LSDI, 23 marzo 2016 – Sempre più frequenti e numerosi i discorsi d’odio che serpeggiano nella rete. Nel 2014, l’Unar (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) ha registrato 347 casi di espressioni razziste sui social, di cui 185 su Facebook e le altre su Twitter e Youtube. A queste se ne aggiungono altre 326 nei link che le rilanciano per un totale di 700 episodi di intolleranza, con un trend in crescita per il 2015.

La grave crisi umanitaria che ha investito i paesi Europei e balcanici sta dominando le cronache nazionali, ed è in questo scenario, che si stanno moltiplicando le espressioni di incitamento all’odio razziale nei confronti di rifugiati, migranti e minoranze. Accade spesso, infatti, che i media non restituiscano un’immagine corretta di quello che sta accadendo e più in generale del fenomeno migratorio a livello globale e nazionale. I forum dei giornali online, i commenti a margine degli articoli, le pagine Facebook delle testate nazionali e locali sono ormai i luoghi virtuali in cui dilagano i discorsi d’odio che prendono di mira i cittadini di origine straniera.
“L’odio non è un’opinione” presenta i risultati della prima ricerca italiana sul fenomeno dell’hate speech online verso migranti, rifugiati e minoranze, realizzata tramite l’analisi di casi studio ed interviste a testate e testimoni privilegiati. La ricerca é redatta nel framework di BRICKS (Building Respect on the Internet by Combating hate Speech), progetto europeo che ha fra gli obiettivi quello di promuovere il ruolo attivo dei giovani nella lotta contro il razzismo online e sensibilizzare l’opinione pubblica su questo tema. Progetto, questo, al quale anche LSDI (Libertà di Stampa Diritto di Informazione) ha collaborato attivamente.
Il rapporto, che si apre con l’analisi del contesto giuridico nazionale, degli organismi di tutela e della giurisprudenza, restituisce un quadro ricco e controverso, contraddistinto dall’assenza di una normativa specifica sull’hate speech e da un dibattito aperto sul labile confine con la libertà di espressione.

Il percorso di ricerca qualitativa di cui qui presentiamo i risultati – spiegano gli autori HatespeechLetizia Materassi, Marta Tiezzi (Università degli Studi di Firenze) e Camilla Bencini (COSPE) in collaborazione con Sara Cerretelli, Alessia Giannoni (COSPE) e Marco Renzi (Presidente LSDI – Libertà di Stampa Diritto all’Informazione)- ha avuto come oggetto il monitoraggio di testate giornalistiche web italiane e i commenti dei lettori a margine degli articoli, relativi, direttamente o indirettamente, alla popolazione migrante e/o al fenomeno migratorio.

Obiettivo della ricerca: rilevare e analizzare casi significativi di discorso d’odio razzista o di incitamento all’odio sviluppati entro la comunità dei lettori. Dalla navigazione spontanea, mirata ad individuare notizie che avessero per oggetto una qualsiasi declinazione tematica delle “migrazioni”, sono stati rintracciati 5 articoli ritenuti significativi, sia perché esemplificativi di una qualche forma di “hate speech”, sia perché adatti a sottolineare dimensioni differenti della problematica analizzata”.

A fronte dei casi di studio, gli autori hanno provato ad individuare una sorta di tipologia dei commentatori basata sulle retoriche più frequenti del “non sono razzista, Ma…”:
I Rassegnati: le loro espressioni celano una critica verso il sistema Paese, una delusione verso chi avrebbe potuto fare e non ha migliorato la qualità della loro vita. I rassegnati sono coloro che in questo specifico contesto e clima d’opinione se la prendono con gli immigrati, ma potrebbero un domani esprimere un simile rancore verso un qualsiasi altro “capro espiatorio”. Sono i commentatori che, ad esempio, attribuiscono agli stranieri “colpe” generiche quali: rubare il lavoro agli italiani, sporcare le città, sfruttare il Paese, etc.;
Arrabbiati: dietro ad alcuni commenti si legge uno spirito polemico e rancoroso verso una non-gestione dei flussi migratori. Gli arrabbiati non offendono il soggetto migrante in sé, ma ciò che egli rappresenta. Esternano un punto di vista arrabbiato e sfogano i propri vissuti, le emozioni e il disagio di una convivenza non voluta, ma prima ancora non gestita dalle istituzioni. Gli arrabbiati tendono a mettere in luce i trattamenti “di favore” che gli amministratori locali e nazionali rivolgono agli immigrati, a discapito degli autoctoni: se commettono reati, non vengono adeguatamente puniti; se evadono il fisco, non vengono rintracciati, ecc.;
Aggressivi: questo atteggiamento non è supportato spesso da veri e propri contenuti. Si attacca violentemente il migrante – senza particolari conoscenze o differenziazioni interetniche – con un comportamento “verbale” denigrante e offensivo, un etichettamento negativo, duro e immutabile. Il soggetto aggressivo si scaglia contro lo straniero, con una terminologia particolarmente forte che ne critica: condizioni igienico-sanitarie, moralità, comportamenti non civici, tratti somatici e fisici, opportunismo (soprattutto economico).
Ecco, quindi, l’identikit dei commentatori: prevalentemente cittadini italiani: uomini e donne, di varie idee politiche, residenti in varie regioni italiane (limitatamente a quei siti in cui è possibile risalire al dato), di età differenti…..

Leggi qui tutta l’inchiesta

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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