Politico, presidente e gentiluomo

Obama danza il tango in Argentina

Da Livio Zanotti un’altra splendida corrispondenza dall’Argentina, dove Obama ha concluso ieri il suo viaggio in America Latina. Questo presidente USA non avrà corrisposto pienamente alle nostre attese iniziali, ma è assai probabile, con quanto sta succedendo alle primarie per la sua successione, che lo rimpiangeremo (nandocan).

*di Livio Zanotti, 25 marzo 2016 – Uomo di stato e ballerino di tango, agile e disinvolto ma sempre attento, gentile e sorridente tanto nell’ impeccabile smoking quanto in maniche di camicia, in Argentina Barack Obama ha rappresentato il volto intelligente e glamour che potrebbe mostrare il wild capitalism se solo si lasciasse umanizzare dalla sua anima liberale. Via la giacca e microfono alla mano, ha venduto l’immagine più attraente della libera iniziativa nell’economia di mercato al migliaio di studenti che per oltre un’ora sono rimasti appesi alle sue labbra. Battute, richiami keynesiani e autoironia, quei ragazzi e il presidente degli Stati Uniti sembravano essere tutti compagni di classe, conoscersi da sempre. Li ha spronati indicando a esempio alcuni giovanissimi inventori high-tech argentini. Li ha convinti che la vita è qui e adesso, dipende da loro impadronirsene.

Alcuni suoi accenni hanno perfino prevenuto eventuali obiezioni su come mai, con tutto quanto stava affermando, lui stesso in 8 anni sia riuscito solo in minima parte a realizzare le riforme che aveva annunciato in campagna elettorale (la riforma bancaria trasformata nel suo contrario, la copertura sanitaria di Medicare men che dimezzata, il carcere di Guantanamo che rimane aperto). Nella vita bisogna guardare indietro solo per poter andare avanti, ha ripetuto anche nel momento più delicato e conclusivo della visita: al Memoriale a cielo aperto affacciato su quell’ acqua fangosa del rio de la Plata in cui per disfarsene come serbatoi vuoti gli aerei della Patria hanno scaraventato migliaia di corpi dei suoi figli drogati e incoscienti. “Nunca más”, mai più, hanno detto insieme Obama e il presidente argentino Maurizio Macri che lo accompagnava.

Sulla spianata dei ricordi luttuosi più recenti, rarefatto monumento a un passato niente affatto concluso, la reticenza di Obama sulle responsabilità degli Stati Uniti nei colpi di stato militari degli anni Settanta in America Latina si è cautamente sciolta. L’ alba asciutta del primo autunno australe, ha fatto evaporare l’effervescenza della festosa notte precedente con i 400 invitati alla cena di gala allestita nel Centro Culturale intitolato all’ ex presidente Nestor Kirchner (illuminato a giorno con il bianco-azzurro dei colori nazionali argentini). Riposti gli abiti haute couture delle signore (di un’eleganza particolarmente raffinata e ammirata quelli delle due prime dame), presenti ma lontani gli echi dei brindisi alla reciproca amicizia. Un momento assolutamente composto che nessuno ha minimamente turbato: quello di una lucida commozione.

Obama ha detto: ”So che ci sono polemiche sulle politiche degli Stati Uniti in quegli oscuri giorni. Le democrazie debbono avere il coraggio di riconoscere quando non si è stati all’altezza degli ideali che rivendichiamo, quando abbiamo tardato a difendere i diritti umani. E’ quanto avvenuto in Argentina”. Contrariamente alla precedente conferenza stampa, non c’è stato alcun accenno alla lotta contro il comunismo. “Scomode verità” su fatti commessi “dai nostri governanti”, ha chiamato le decisive complicità con la strategia dei colpi di stato militari che Henry Kissinger organizzò dalla Segreteria di Stato dei governi Nixon e Ford, mentre contemporaneamente apriva alla Cina e chiudeva la guerra in Vietnam, in una cinica rilettura delle sfere d’influenza pattuite con l’Unione Sovietica alla fine della seconda guerra mondiale.

Ma Obama ha insistito sulla necessità di correggere gli errori del passato per andare avanti. Senza mancare di rivendicare anche le “denunce degli abusi” fatte da esponenti ufficiali delle amministrazioni a cominciare dal presidente Jimmy Carter; e dai numerosi giornalisti che non hanno mai cessato di difendere i diritti umani. Sono, ha fatto intendere con chiarezza mentre Macri assentiva vistosamente, gli interpreti dei veri principi americani. E’ stata la conclusione di una visita che lascia un segno forte, sebbene organizzata in fretta per approfittare dell’inatteso ingresso di Maurizio Macri alla Casa Rosada e dunque dell’opportunità di rinvigorire i rapporti  deteriorati dalla strategia alternativa delle presidenze di Nestor e Cristina Kirchner. Lo scivolamento a destra della politica americana di questi anni, di cui l’inquietante successo di Trump nelle primarie repubblicane è l’ eco più stridente, potrebbe fare in modo di renderla storica.

Livio Zanotti / http://www.ildiavolonondormemai.it

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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