L’ora di Washington a Buenos Aires

Obama incontra Macri

Ringrazio Livio Zanotti, che dall’Argentina dove abita mi invia la sua “corrispondenza” sulla visita del Presidente Obama. Come a Cuba, un segnale della sua buona volontà di far dimenticare la “complicità” di Kissinger e dei governi repubblicani con un decennio di dittature militari “che hanno assassinato, torturato, perseguitato e fatto scomparire decine di migliaia di argentini”. E convincere  i sudamericani che “gli Stati Uniti non considerano più il sub-continente come il loro “cortile di casa”, da tenere in ordine con la ramazza e l’idrante” (nandocan)

***di Livio Zanotti, 23 marzo 2013 – Passata la mezzanotte, Buenos Aires sul punto di addormentarsi, Barack Obama è arrivato da Cuba in Argentina senza cravatta, con il sorriso sulle labbra e l’agenda aperta. Disposto a un minimo di flessibilità organizzativa, pur di evitare malintesi e limitare polemiche in un paese considerato ad alta suscettibilità. Rispetto al protocollo tradizionale – picchetti d’onore, feluche e fanfare -, il suo somiglia più a un pronto intervento che a una visita di stato. Ritmi e modi da diplomazia dell’era digitale, in cui la faccia bisogna metterla al momento giusto e contemporaneità significa essere presenti negli avvenimenti in tempo reale.

Il quarantesimo anniversario dell’abietto colpo di stato militare del 1976 è adesso e se il Presidente americano ci tiene a distinguersi dalle nefande complicità dell’allora segretario di Stato Henry Kissinger deve farlo subito. Lui lo vede opportuno e possibile, sebbene non agevole. E’ poi a giorni che il Senato deciderà se autorizzare il nuovo governo di Maurizio Macri a indebitarsi pesantemente e riportare in Argentina il Fondo Monetario Internazionale, per pagare al 100 per cento più gli interessi i residui creditori del default del 2001, che per la gente sono semplicemente gli speculatori dei fondi-avvoltoio di Wall street.

Obama pensa che sia questo il momento in cui convincere i sudamericani che gli Stati Uniti non considerano più il sub-continente come il loro “cortile di casa”, da tenere in ordine con la ramazza e l’idrante. Quello che affermano di voler instaurare è un rapporto di rispettoso vicinato in cui ciascuno chiede permesso e si pulisce le scarpe sullo zerbino prima di entrare in casa dell’altro. Con il Brasile, paese chiave della regione, in serie difficoltà economiche e istituzionali, il Venezuela in crisi profonda e la Cina sempre più presente con interventi finanziari e commerciali significativi, abbandonare il Sudamerica a se stesso viene ritenuto a Washington un suicidio assistito.

In questo quadro, la pur problematica Argentina appena strappata per un pugno di voti al controverso populismo nazional-progressista di Cristina Kirchner, da una destra che guarda con antica simpatia agli Stati Uniti, diventa un paese-chiave. La ministra degli Esteri, Susana Malcorra, esclude la firma di impegni rilevanti e in particolare d’un trattato di libero commercio, sul tipo di quelli già sottoscritti da Messico, Perù, Colombia e Cile; respinto invece a suo tempo dai governi di Cristina, Lula e Chavez, cioè dai fondatori del Mercosur, mercato comune dichiaratamente alternativo all’ Alleanza del Pacifico patrocinata da Washington sull’ altro versante delle Ande.

L’ intenzione del governo Macri di rovesciare le logiche precedenti per aprirsi all’ intero continente è dichiarata. Ma non c’è stato il tempo di compiere già un primo passo significativo. Prevale l’urgenza di tappare i buchi contabili trovati e quelli creati con l’immediata riduzione delle imposte al pur florido export agrario e all’ ancor più redditizia estrazione mineraria. Il deficit di bilancio gira intorno ai 30mila milioni di dollari, altri 15mila all’ incirca devono essere trovati per pagare i fondi-avvoltoio, l’inflazione viaggia sul 30 per cento, l’economia stagna e ingrossa la disoccupazione. I problemi da risolvere sono numerosi seri. E al Congresso il governo manca di una maggioranza prestabilita, deve conquistarsela giorno per giorno.

A essere maggioranza è infatti l’opposizione, che si presenta però tutt’ altro che compatta. Definitive o circostanziali, le defezioni sono frequenti e rilevanti. Spingendo il suo nucleo duro a reagire con critiche sempre più incisive. Fino a porre ora in discussione la trasparenza della stessa visita di Obama, con l’accusa al suo consigliere alla Sicurezza per l’America Latina, Mark Feierstein, di aver partecipato in un non lontanissimo passato a operazioni di destabilizzazione di governi progressisti in Honduras e in Paraguay. Che il beneplacito di Washington possa favorire la riapertura del credito sui mercati finanziari internazionali, gli avversari di Macri lo considerano un’ulteriore aggravante. Poiché dicono di temere che nel tempo possa trascinare il paese a un nuovo default.

Tutto ciò Obama lo sa benissimo e sembra non togliergli il sorriso, per questo è a Buenos Aires. Dopo l’incontro ufficiale con il presidente Macri e la firma di documenti di cooperazione tra i due paesi, visiterà la Cattedrale metropolitana sulla stessa plaza de Mayo su cui s’ affaccia la Casa Rosada, l’edificio d’impronta coloniale che storicamente ospita gli uffici del capo dello stato e di alcuni ministeri. Il presidente americano non è cattolico, ma così come ha fatto all’ Avana, il saluto alla gerarchia locale della Chiesa di Roma vuol essere un omaggio a papa Francesco, alla sua concreta e fervida opera in favore della pace nel mondo.

La prova più difficile l’attende però giovedi mattina, prima di lasciare Buenos Aires e la diplomazia potrebbe non bastargli. Accompagnato da Macri, visiterà lo “spazio della Memoria”, in coincidenza con le molte e gremite manifestazioni previste per commemorare l’inizio del decennio di dittature militari che hanno assassinato, torturato, perseguitato e fatto scomparire decine di migliaia di argentini, massacrato le istituzioni democratiche, moltiplicato il debito pubblico, sprofondato l’economia nella crisi e perduto una guerra irresponsabilmente luttuosa. Si tratta di un museo del ricordo all’ aria aperta, affaccciato sul rio de la Plata. Per quanto prevedano di andarvi di buon ora, potrebbero non trovarsi soli.

Sembra che Obama abbia anche considerato la possibilità di partecipare a un atto celebrativo ufficiale, ma le organizzazioni di difesa dei diritti umani assicurano di non aver mai ricevuto segnali in tal senso. Egli non viene certo assimilato a George W.Bush, che nel 2002 venne fischiato e ripudiato: “ma non possiamo accettare a occhi chiusi l’ abbraccio dell’orso”, spiega senza troppi giri di parole uno dei familiari degli scomparsi. Estela Carlotto, madre di una “desaparecida” e presidente delle “Nonne di piazza di Maggio”, che da decenni lavora per identificare e recuperare i neonati e i bambini sequestrati e rapiti dai militari, ha infine escluso qualsiasi incontro con il presidente americano.

Il timore di strumentalizzazioni è reciproco. Obama ha in ogni caso promesso di rendere noti gli archivi riservati del governo e delle agenzie di spionaggio e controspionaggio americani relativi al tragico periodo della repressione in Argentina. E’un impegno pubblico, solenne e di assoluta civiltà. Proiettato però nel prossimo futuro, in quanto si tratta di una risoluzione che implica processi giuridico-amministrativi complessi. Su impulso del Pontefice anche il Vaticano ha annunciato una misura analoga. “Noi attendiamo da quarant’anni, siamo pazienti. Speriamo però che questa volta non cancellino tutti i riferimenti che potrebbero aiutare all’ individuazione di circostanze e responsabilità”, commenta un’anziana signora alla quale hanno sterminato mezza famiglia.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti